Sinner e Alcaraz, cinque ore e ventinove minuti di pura epica a Roland Garros

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Se qualcuno venerdì si fosse chiesto perché una finale Slam tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz fosse tanto attesa, domenica ha avuto una risposta chiara, netta, scolpita in cinque ore e ventinove minuti di gioco. Un tempo che, nel tennis, equivale a un’eternità, un confronto che ha superato ogni record, diventando la finale più lunga nella storia del torneo parigino. Prima di loro, nel 1982, Mats Wilander aveva impiegato quattro ore e quarantatré minuti per piegare Guillermo Vilas, ma quello che hanno regalato Sinner e Alcaraz è stato qualcosa di diverso: non solo tecnica, non solo resistenza, ma una narrazione sportiva che ha tenuto il pubblico inchiodato fino all’ultimo scambio.

Lo Stade Philippe Chatrier ha vissuto momenti di tensione quasi insostenibile, con la pallina che rimbalzava frenetica sulla terra rossa, accelerando a tratti in modo inverosimile. Toc, toc, colpi rapidissimi, scambi che sembravano usciti da un film, mentre i due ragazzi – perché di ragazzi si tratta, nonostante la maturità agonistica – si spingevano oltre ogni limite fisico. Alcaraz, con la sua esplosività, e Sinner, con quella precisione chirurgica, hanno trasformato ogni punto in un microcosmo di tattica e istinto. Il pubblico, diviso tra stupore e esultanza, ha assistito a qualcosa che difficilmente dimenticherà.

Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis, non ha nascosto il suo smarrimento. “Sono distrutto, non ho dormito”, ha confessato a Un Giorno da Pecora su Radio1, ammettendo di aver rivisto “600 volte” i tre match point sfumati da Sinner. Una sconfitta che, al di là del risultato, non ha offuscato la grandezza della prestazione del tennista italiano, capace di tenere testa a uno degli avversari più forti degli ultimi anni.

E poi c’è lei, Siglinde Sinner, la madre di Jannik, che di solito evita di assistere alle partite dal vivo, preferendo seguire il figlio da lontano, lontanissimo, per non soccombere all’ansia. Eppure, domenica era lì, nel box, visibilmente provata, mentre il figlio combatteva punto dopo punto. Un dettaglio che ha aggiunto un ulteriore strato di umanità a una finale già carica di pathos.

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