Peaky Blinders: l’attesa finisce, da oggi su Netflix “The Immortal Man” chiude la saga con una guerra contro il nazismo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sono passati anni da quando, in quell’ultima stagione che sembrava già un commiato, si vedevano le fiamme divorare il carro di Tommy Shelby in quello che pareva un addio tra il rituale e la resa. E invece, come spesso accade con i personaggi che hanno segnato un’epoca, la storia non voleva finire lì. Da oggi, 20 marzo, è disponibile su Netflix “Peaky Blinders: The Immortal Man”, il film che chiude definitivamente la parabola iniziata nel 2013 con la serie culto che ha trasformato una gang di Birmingham in un fenomeno globale. L’appuntamento, per chi ha seguito per sei stagioni le imprese degli Shelby, arriva dopo una gestazione lunga e un’attesa alimentata da promesse e teorie mai del tutto sopite, culminata in un’uscita che ha scelto il formato cinematografico per concedere al capitolo conclusivo il respiro che meritava.

Il ritratto di Thomas Shelby, che emerge dalla solitudine in cui si era rinchiuso, è quello di un uomo sospeso in un purgatorio autoinflitto, come lo stesso Cillian Murphy ha raccontato nelle interviste che hanno accompagnato la promozione del film. Il contesto, stavolta, è quello degli anni Quaranta, con la Seconda Guerra Mondiale a fare da sfondo a una resa dei conti che non riguarda solo i traffici di periferia ma si allarga fino a coinvolgere il destino del Paese. Lo spettatore lo ritrova in una Birmingham cupa e piovosa, segnata dal conflitto, mentre è costretto a riemergere da un esilio autoimposto per affrontare una minaccia che, per la prima volta, esce dai confini della vendetta personale per toccare una pagina di storia realmente accaduta: l’operazione con cui i nazisti tentarono di destabilizzare l’economia britannica attraverso la diffusione di banconote false, stampate nei campi di concentramento.

A dirigere questa trasposizione cinematografica è stato chiamato Tom Harper, mentre la sceneggiatura è stata affidata a Steven Knight, il creatore della serie che ha sempre visto in questo lungometraggio la possibilità di espandere l’universo narrativo senza tradirne l’essenza. La scelta di puntare su un cast che mescola fedelissimi – si rivedono Sophie Rundle nei panni di Ada Shelby, Stephen Graham in quelli di Hayden Stagg, e poi ancora Ned Dennehy, Packy Lee e Ian Peck – a new entry di peso come Barry Keoghan, Rebecca Ferguson e Tim Roth, è parsa subito funzionale a introdurre quel ricambio generazionale e quella complessità politica che la guerra imponeva. Roth, in particolare, interpreta John Beckett, un agente fascista e truffatore che collabora con Hitler per mettere in circolazione il denaro falso attraverso i vizi di Birmingham, tessendo un’alleanza pericolosa con Duke, il figlio di Tommy a cui Keoghan presta il volto.

Il film, che arriva sulle piattaforme dopo una brevissima finestra nelle sale cinematografiche selezionate il 6 marzo, trova il suo baricentro in quella che Murphy stesso ha definito una storia di sopravvivenza dove, però, sopravvivere potrebbe rivelarsi peggiore della morte. È un’idea, questa, che scardina l’immagine dell’immortale, della figura quasi mitologica che sembrava destinata a uscire indenne da qualsiasi agguato. Se nella serie la narrazione si concedeva il lusso di diluire i tempi, qui la tensione è condensata in una durata di circa due ore che spinge verso un confronto inevitabile, dove il nemico non è più un singolo traditore o un clan rivale, ma un’ideologia organizzata che minaccia di travolgere tutto. Lo scontro, insomma, si fa anche ideologico, e Murphy ha voluto sottolineare come il racconto eviti la lezione moralistica preferendo, invece, affidarsi alla forza evocativa delle immagini e alla complessità di un protagonista che non ha mai amato le posizioni nette.

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