La pazienza strategica di Teheran è finita: il doppio gioco lascia il posto alla guerra per le milizie amiche
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Redazione Esteri
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Per anni, da Teheran, si è assistiti a una messinscena retorica degna di un palcoscenico teatrale più che di una potenza regionale: gli ayatollah promettevano “risposte schiaccianti” a ogni bomba caduta su Gaza, protestavano con veemenza per i raid israeliani contro Hezbollah in Libano e giuravano sostegno incondizionato agli Houthi nello Yemen, ma quando il momento di esporsi direttamente arrivava, puntualmente facevano un passo indietro.
rainews
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Le milizie dell’Asse della Resistenza, celebrate con enfasi nei comunicati ufficiali come “fratelli d’armi”, nella pratica servivano soprattutto come schermo per tenere il fuoco lontano dai confini iraniani, un meccanismo di delega che permetteva alla Repubblica Islamica di giocare la partita senza mai mettere realmente la faccia.
Oggi, però, questa partita è cambiata: la pazienza strategica è un ricordo, sostituita da una dottrina più aggressiva che punta a difendere le propaggini del regime – dal Libano allo Yemen – con le unghie e con i denti, anche a costo di infrangere la tregua. corriere +3
La svolta missilistica e il nuovo concetto di "unità dei fronti"
L’ultima ondata di attacchi, con i missili iraniani che hanno preso di mira obiettivi israeliani in risposta ai raid sul Libano, ha infranto quella che molti analisti definivano la "regola non scritta" del conflitto asimmetrico.
Teheran non si limita più a minacciare; agisce direttamente, mettendo in atto ciò che i suoi strateghi chiamano "unità dei fronti". mosaico-cem +3
Il ragionamento è spietato nella sua logica: un attacco a Hezbollah, o persino una pressione militare sui suoi alleati yemeniti, non è più considerato un incidente isolato, ma un attacco all’architettura di sicurezza iraniana.
Come dichiarato da esponenti del regime, l’era delle violazioni unilaterali è finita: se Israele colpisce le milizie amiche, l’Iran si sente autorizzato a rispondere direttamente, allargando il conflitto a un raggio di migliaia di chilometri. raiplay +3
Questo rappresenta un cambio di paradigma fondamentale, una risposta dura a quella che Teheran percepisce come l’ipocrisia occidentale. corriere +3
La frizione con Washington e l’avvertimento di Trump
Questa nuova assertività, tuttavia, si scontra frontalmente con gli interessi diplomatici degli Stati Uniti. Donald Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno e gestisce una delicata trattativa di pace con l’Iran, ha lanciato un avvertimento chiaro e privo di fronzoli al premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Nel corso del loro ultimo colloquio telefonico, il presidente americano ha messo in guardia il suo alleato: "Ho detto a Bibi che farebbe molto bene a fare attenzione a ciò che sta facendo, perché potrebbe ritrovarsi molto presto da solo di fronte all’Iran". ilmanifesto +3
Un avvertimento, questo, che suona come un ultimatum: gli Stati Uniti non intendono vedere i loro sforzi per un cessate-il-fuoco definitivo saltare per colpa di mosse avventate, e Trump stesso ha rivendicato il controllo della situazione con la celebre frase "I call the shots".
La tensione tra l’esigenza israeliana di autodifesa e la pazienza strategica americana è palpabile, e rischia di lasciare Netanyahu in una posizione di crescente isolamento se dovesse decidere di non allinearsi alle direttive di Washington. repubblica +3
Il doppio binario: guerra per procura e debolezza interna
Se da un lato l’Iran mostra i muscoli, dall’altro i conti con la realtà economica non tornano.
La strategia del "fuoco lontano dai confini", che per decenni ha funzionato come scudo, ora si rivela un boomerang: il costo del sostegno alle milizie e la chiusura dello Stretto di Hormuz – una contromisura già attuata per paralizzare il traffico petrolifero globale – stanno strangolando l’economia iraniana.
L’inflazione galoppa, gli investimenti sono al palo e la popolazione subisce un declino del tenore di vita che nemmeno la retorica anti-occidentale riesce più a mascherare. corriere +3
La dottrina della "unità dei fronti", quindi, non è solo una scelta militare, ma una necessità politica: un tentativo di tenere insieme un’alleanza eterogenea di gruppi (Hezbollah, Houthi, milizie irachene) che rischia di sgretolarsi sotto il peso delle pressioni internazionali.
La partita, insomma, si gioca su un doppio binario pericoloso: da una parte la volontà di dimostrare che non si è più disposti a subire passivamente i raid sui propri alleati, dall’altra l’estrema fragilità di un sistema che sa di non potersi permettere una guerra totale. ilmanifesto +3




