Santo Stefano, il giorno del silenzio e dei presagi nell'Imperiese

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il 26 dicembre, data che il calendario civile dedica a Santo Stefano, nella memoria collettiva dell’estremo ponente ligure ha sempre avuto un peso specifico diverso, una connotazione che travalica il semplice riposo post-natalizio per radicarsi in un humus di superstizione e precauzione. Mentre il resto del paese, infatti, si dedica agli sport invernali o al riciclo dei dolci avanzati, in quella porzione di territorio che fa capo a Imperia la giornata è storicamente avvolta da un'aura di sospensione, dove il fluire delle ore è scandito da divieti non scritti e da una palpabile attenzione a ogni gesto.

Un codice di condotta non scritto

Qui, secondo una tradizione popolare che gli anziani conservano con scrupolo, il giorno del protomartire cristiano imponeva una serie di limitazioni ben precise: non si dovevano contrarre debiti né, tantomeno, prestare del denaro, perché l’atto economico avrebbe legato il futuro all'ombra di un cattivo auspicio. Si evitava con cura di avviare qualsiasi attività nuova, che si trattasse di un lavoro o di un viaggio, e si pesavano le parole con una diligenza quasi cerimoniale, nel timore che una frase sgradevole o una lite potessero prefigurare un anno di discordie. La credenza di fondo, trasmessa per generazioni, era tanto semplice quanto potente: ciò che accade in quel giorno si riverbera, come un’eco lunga e ineluttabile, su tutti i mesi a venire, imprimendo alla sorte un corso difficile da deviare.

Il martire e le tradizioni diffuse

La figura che si onora, lontano da queste specificità locali, è quella di Stefano, uomo di origine ebraica scelto dagli apostoli come diacono per l’assistenza ai poveri della prima comunità di Gerusalemme. La sua condanna per blasfemia, conclusasi con la lapidazione attorno al 36 dopo Cristo, gli valse il Titolo di protomartire, facendone un simbolo di fedeltà estrema. La collocazione della sua festa immediatamente dopo il Natale, sancita in Italia come festività nazionale nel 1947, risponde a una precisa logica del calendario liturgico che accosta la celebrazione della nascita di Cristo a quella del primo testimone che ne diede la vita. In molte regioni italiane la data è associata a consuetudini gastronomiche o a eventi sportivi, come le corse di cavalli o le partite di calcio, che nulla hanno a che vedere con l’atmosfera silente dell’Imperiese.

Un patrimonio di memorie in via di estinzione

Quelle precauzioni, quel vivere il giorno “in sordina” rappresentano ormai un retaggio che sopravvive soprattutto nel racconto degli ultimi custodi di un sapere antico. Costituiscono, al di là del loro valore antropologico, una testimonianza di come una festività universale possa declinarsi in maniera unica e iper-localizzata, plasmandosi sulle paure e sulle speranze di un territorio. Un intero codice comportamentale, fondato sulla paura di attirare la malasorte, definiva così le ventiquattro ore, trasformandole in un momento di riflessione forzata e di attesa passiva, lontanissimo dallo spirito di svago o di aggregazione sportiva che caratterizza invece altre celebrazioni nel mondo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.