: Nessy Guerra condannata in Egitto per adulterio, l’appello conferma sei mesi di carcere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’Appello egiziana, pronunciandosi sul caso che tiene banco ormai da mesi tra i due Paesi, ha sostanzialmente ribadito quanto già stabilito in primo grado lo scorso 19 febbraio: Nessy Guerra, cittadina italiana originaria di Sanremo, è colpevole di adulterio. Una condanna a sei mesi di reclusione – questa l’entità della pena già confermata dai giudici di primo grado – che la donna, madre di una bambina di tre anni, rischia di scontare in un carcere del Cairo, lontana dalla sua famiglia e in un sistema giudiziario dove l’istituto della sospensione della pena appare al momento un miraggio. A darne notizia, nella giornata di ieri, è stata la stessa diretta interessata attraverso i suoi canali social, mentre la legale che la segue in Italia, l’avvocata Agata Armanetti, ha ricevuto la conferma ufficiale dal consolato italiano.

La denuncia dell’ex marito e il rischio di perdere la figlia

A scatenare il procedimento penale – una procedura che in Italia sarebbe stata archiviata per inesistenza del reato, visto che l’adulterio è stato depenalizzato nel lontano 1968 – è stata la denuncia presentata dall’ex coniuge, l’italo-egiziano Tamer Hamouda. Non si tratta, è bene sottolinearlo, solo di una mera rivalsa personale; alla base del contenzioso, e delle paure espresse pubblicamente dalla donna, c’è infatti la sorte della piccola Aisha. L’uomo, che secondo quanto riportato dalla stampa locale vanta precedenti in Italia per stalking e maltrattamenti, ha già ottenuto un provvedimento che blocca l’espatrio della minore fino al compimento dei ventun anni. Un ostacolo giudiziario che, di fatto, trasforma la condanna della madre in un potenziale allontanamento forzato: se Nessy Guerra dovesse varcare la soglia del carcere, l’affidamento della bambina potrebbe passare al padre o, come paventato in alcune ricostruzioni, alla nonna paterna, con un’udienza dedicata proprio a questo aspetto già fissata per i prossimi giorni.

L’incubo del carcere e la vita nascosta al Cairo

La paura di finire in prigione, per una donna che ha raccontato di aver già assaggiato l’orrore di una detenzione egiziana in passato, è diventata un incubo costante. “Sono sconvolta, ho paura di perdere la mia bambina e di finire in prigione”: queste le parole affidate ai social dalla diretta interessata, che vive ormai da mesi nascosta in una località segreta insieme ai genitori, temendo le reazioni dell’ex compagno. Costui, durante le udienze – secondo quanto riferito dall’avvocata Armanetti – avrebbe persino dichiarato di essere “Gesù Cristo sceso in Terra per punire”, un dettaglio che la difesa della donna ha sottolineato per evidenziare lo stato di grave rischio psico-fisico che la madre e la bambina correrebbero in caso di affidamento al padre. La situazione, sul piano strettamente legale, rimane in bilico: mentre gli organi di informazione italiani riportano la notizia di una conferma della sentenza, la difesa spera ancora di potersi appellare al terzo grado di giudizio, l’unico spiraglio percorribile per scongiurare l’ingresso in carcere di una cittadina europea accusata di un atto che il codice penale del suo Paese non definisce nemmeno più come reato.

La Farnesina segue il caso, ma le mani sono legate

Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha assicurato un monitoraggio costante della vicenda, ribadendo che l’ambasciatore italiano al Cairo segue passo dopo passo le sorti della connazionale e della figlia. “Speriamo che nel terzo grado possa cambiare il giudizio”, ha dichiarato Tajani a margine di un evento pubblico, dimostrando come l’esecutivo italiano sia ben consapevole della fragilità della posizione giudiziaria di Nessy Guerra. Tuttavia, al di là delle rassicurazioni e della “massima attenzione” promessa dalla Farnesina – e riconosciuta anche dalla legale Armanetti per il lavoro della console Giulia De Nardis – la realtà dei fatti parla di una madre bloccata in un Paese terzo con una condanna penale pendente sulla testa. Le autorità egiziane, finora, non hanno concesso deroghe al divieto di espatrio per la piccola Aisha, e il dossier dell’adulterio, per quanto arcaico possa sembrare agli occhi occidentali, rimane un reato effettivo nell’ordinamento locale.

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