Infarto, la prevenzione passa da un cambio di paradigma scientifico
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Redazione Salute
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Un mutamento sostanziale, che possiamo definire un vero e proprio cambio di paradigma, sta ridefinendo la prevenzione dell’infarto e la gestione della coronaropatia. Lo stabilisce, con autorevolezza scientifica, il recente Documento di consenso stilato dalla Società Europea di Cardiologia, un testo che fissa i nuovi orientamenti per i medici di tutto il continente. A guidare il gruppo di lavoro, composto da esperti internazionali, sono stati il professor Daniele Andreini, responsabile della Cardiologia universitaria all’Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano, e il dottor Edoardo Conte, referente per il Poliambulatorio cardiovascolare nella medesima struttura. L’approccio, che qualcuno considera ormai maturo, si sposta verso una valutazione più integrata del rischio individuale, guardando oltre i tradizionali parametri.
Le iniziative sul territorio per la sensibilizzazione
Mentre il mondo scientifico aggiorna i suoi protocolli, sul territorio prendono forma campagne di sensibilizzazione che cercano di tradurre in pratica quelle indicazioni. Ne è un esempio concreto “Prevenzione è salute”, un’iniziativa nazionale partita da Milano, a CityLife, che punta a portare screening e informazioni sui rischi cardiovascolari, cardiometabolici e non solo direttamente ai cittadini. La campagna, promossa da due realtà del settore, si avvale del patrocinio di una nutrita schiera di società scientifiche, tra le quali figurano quelle di diabetologia, medicina generale, farmacia e ginecologia, oltre al supporto di varie associazioni di pazienti. L’obiettivo, ambizioso ma necessario, è quello di creare una rete di consapevolezza che possa intercettare precocemente i segnali di allarme.
Il ruolo fondamentale del supporto associativo
Accanto alla scienza e agli screening, un tassello spesso determinante nel percorso del paziente è rappresentato dal supporto umano e psicologico. A Varese, ad esempio, opera un’associazione specifica nata nel 2015 all’interno del reparto di cardiochirurgia, la quale oggi collabora in modo strutturato con il dipartimento cardiotoracovascolare dell’ospedale. Come ha spiegato il presidente Camillo Corazzari, l’attività non si limita all’aspetto sanitario, ma affianca le persone e le loro famiglie anche dopo la diagnosi o l’intervento, offrendo un sostegno che completa il lavoro dei medici. Si tratta di un modello, tra i tanti presenti in Italia, che prova a rispondere ai bisogni a tutto tondo di chi affronta una malattia cardiaca.
I cinque fattori di rischio su cui agire
La necessità di intervenire con urgenza su alcuni fronti precisi è ribadita, del resto, dai dati della ricerca epidemiologica più ampia. Uno studio pubblicato su una delle più prestigiose riviste mediche al mondo, che ha analizzato i risultati di ben 133 ricerche condotte in 39 Paesi diversi, ha confermato l’impatto decisivo di cinque fattori di rischio specifici sull’aspettativa di vita. Questi elementi, la cui identificazione è ritenuta cruciale, sono responsabili di circa la metà dei casi di malattia cardiovascolare a livello globale. La loro gestione, che richiede un impegno sia individuale che del sistema sanitario, resta quindi la via maestra per tentare di ridurre l’incidenza di eventi gravi come l’infarto, in attesa che le nuove linee guida scientifiche consolidino ulteriormente le strategie di intervento.




