La cattura di Elia Del Grande, dopo tredici giorni di fuga nei luoghi dell'infanzia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è conclusa nella serata di mercoledì, tra le mura di un'abitazione a lui tristemente nota, la latitanza di Elia Del Grande, il cinquantenne fuggito tredici giorni prima da una casa lavoro situata nel modenese, dove era stato destinato al termine di una lunga condanna per un fatto di sangue che, ormai ventisette anni fa, sconvolse l'opinione pubblica. L'uomo, che aveva brutalmente ucciso i genitori e il fratello nel gennaio del 1998, era riuscito a rendersi irreperibile a partire dal trenta ottobre, sfruttando una conoscenza profonda del territorio e, stando a quanto emerso dalle prime indagini, una rete di contatti disposta a fornirgli assistenza. I carabinieri dei reparti operativi di Varese e Modena, coordinati in un'azione congiunta che ha visto anche l'impiego del Ros di Milano, ne hanno infine individuato il nascondiglio a Cadrezzate, in provincia di Varese, ponendo così fine a una caccia all'uomo che aveva tenuto le forze dell'ordine in costante allerta.

Una fuga attraverso la memoria e i boschi

La scelta di rifugiarsi nel Varesotto, una zona che conosceva palmo a palmo avendovi trascorso gli anni della giovinezza, si è rivelata per Del Grande un'arma a doppio taglio, poiché se da un lato gli ha permesso di muoversi con una certa disinvoltura, dall'altro ha indirizzato non poco le ricerche delle forze dell'ordine. Le sue movimentazioni, che lo hanno portato a spostarsi furtivamente tra i comuni di Ternate, Travedona Monate e infine Cadrezzate, si sono snodate attraverso un paesaggio caratterizzato da una fitta vegetazione e dalla prossimità al lago, elementi che offrivano un apparente riparo dallo sguardo indiscreto delle autorità. È proprio in questo contesto, fatto di ricordi personali e di anfratti naturali, che si è consumato il suo tentativo di sfuggire alla giustizia, un tentativo che si è infranto contro l'attività investigativa, la quale non ha mai allentato la presa sul territorio.

L'epilogo in una casa segnata dal passato

L'epilogo della vicenda ha un sapore amaro e paradossale, poiché l'uomo è stato tratto in arresto nella stessa abitazione in cui, quasi tre decenni fa, aveva consumato il suo gesto omicida. Quella casa, teatro di una tragedia familiare che gli era valsa una condanna a trent'anni di reclusione, è diventata dunque il luogo della sua cattura, chiudendo un cerchio drammatico. L'operazione, condotta senza particolari conflitti a segno, ha permesso di ricondurre in carcere l'evaso, riaffermando l'efficacia del lavoro svolto dai nuclei investigativi, i quali hanno saputo incrociare i dati a disposizione e seguire le piste più probabili, concentrandosi sulle relazioni personali del fuggitivo e sui suoi legami con il passato.

Le indagini su possibili complicità

Un aspetto che rimane sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti è quello relativo a eventuali aiuti ricevuti da Del Grande durante il periodo di latitanza. La sua capacità di mantenersi nascosto per quasi due settimane, spostandosi in un'area non vastissima ma ricca di nascondigli, fa supporre che qualcuno, tra conoscenti o vecchie frequentazioni, possa averlo sostenuto, fornendogli vitto, alloggio o semplici informazioni. Le indagini, che non si esauriscono con la cattura, proseguono proprio per accertare l'eventuale esistenza di una rete di complicità, al fine di delineare con precisione ogni dinamica della fuga e di identificare tutti coloro che, in qualche modo, ne hanno agevolato il protrarsi.

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