Ostapenko: "A Stoccarda sapevo di poter vincere, ma non l’ho detto a nessuno"
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Redazione Sport
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Jelena Ostapenko, numero 24 del ranking Wta, ha conquistato il torneo di Stoccarda con una prestazione che non ammette repliche, piegando in finale Aryna Sabalenka, prima forza del circuito, con un perentorio 6-4, 6-1. "Sentivo che questa settimana sarebbe successo qualcosa di speciale, fin dal primo giorno", ha confessato la lettone, che aveva preferito tenere per sé quell’intuizione, quasi a preservarne la forza. "Non ne ho parlato con nessuno, ma dentro di me sapevo di poter vincere".
Quella che si è disputata sulla terra rossa della "Porsche Arena" è stata una finale senza storia, dominata da un’Ostapenko in stato di grazia, capace di neutralizzare ogni tentativo di reazione da parte della bielorussa. "Oggi sapevo esattamente cosa fare, diversamente dagli altri match contro di lei", ha aggiunto la tennista, che aveva già eliminato in semifinale Iga Swiatek, dimostrando una progressione costante nel corso della settimana. "Giocavo meglio partita dopo partita, e alla fine credo di essermelo meritato".
Il successo a Stoccarda rappresenta un rilancio significativo per la ventiseienne, che dal trionfo al Roland Garros 2017 non aveva più sollevato un trofeo sulla terra battuta. Un ritorno al vertice che assume un valore simbolico, considerando le difficoltà affrontate negli ultimi anni, spesso caratterizzati da prestazioni altalenanti. "Sono contentissima, ho dato il massimo", ha commentato Ostapenko, senza nascondere la soddisfazione per la vittoria e per il premio – una Porsche – che l’ha accompagnata.
Quella di Stoccarda non è stata solo una vittoria, ma una dimostrazione di carattere, tattica e tecnica, elementi che hanno permesso alla lettone di imporsi su due delle rivali più temibili del circuito. Se Sabalenka è uscita dal campo senza argomenti, lo stesso vale per Swiatek, battuta in tre set nella semifinale. Un torneo che, oltre al trofeo, regala a Ostapenko la certezza di poter competere ai massimi livelli, anche quando le classifiche – e forse qualche osservatore – la davano per sfavorita.




