Tumbler Ridge, la strage silenziosa ai piedi delle Montagne Rocciose: nove vite spezzate e un’intera cittadina avvolta dal lutto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La seconda strage scolastica più grave nella storia canadese – questo il dato crudo che emerge dai primi verbali della polizia a cavallo – è consumata in meno di due ore, il pomeriggio del 10 febbraio 2026, tra i corridoi della Tumbler Ridge Secondary School e le stanze di una residenza privata lì vicino, a non più di qualche isolato di distanza. La chiamata al distaccamento locale della Royal Canadian Mounted Police è arrivata alle 13:20, ora del Pacifico: un uomo, o forse una donna, o forse un’allieva, comunque una figura descritta dai primi allerta diffusi sui cellulari dei residenti come “una donna con un vestito e i capelli castani”, stava facendo fuoco dentro l’edificio che ospita centosettantacinque ragazzi dalla settima alla dodicesima classe. Il sovrintendente Ken Floyd, che coordina le indagini per il North District, ha confermato poche ore fa il ritrovamento del Corpo del presunto autore del massacro all’interno della scuola, con una ferita autoinflitta; a quell’altezza, però, i soccorritori avevano già estratto dalle aule sette corpi senza vita, un’ottava vittima sarebbe spirata durante il trasporto in elicottero verso il trauma center più vicino e altre due persone, come anticipato, giacevano già esanimi in una casa del quartiere. Ventisette feriti, di cui due in condizioni definite critiche e ancora ricoverati in terapia intensiva, e una comunità di appena duemilaquattrocento anime che all’improvviso si ritrova al centro di un’inchiesta per omicidio multiplo senza che alcun movente, almeno per ora, sia stato nemmeno abbozzato dagli inquirenti.

La dinamica del lockdown e il racconto di chi si è barricato tra i banchi

Darian Quist, studente dell’ultimo anno, ha aggrappato il telefono alla mano per tutta la durata del confinamento e non lo ha lasciato nemmeno quando gli agenti hanno sfondato la porta dell’aula – e sua madre Shelley, al lavoro nell’ospedale a poca distanza, ha ascoltato in diretta quei colpi sordi mentre tratteneva il fiato bloccata in casa dopo essere corsa via dall’ufficio. L’allarme interno, ha raccontato Darian ai microfoni della CBC, era suonato pochi minuti dopo il suo ingresso in classe: un messaggio registrato che intimava di chiudere le porte, di allontanarsi dalle finestre e di rimanere in silenzio. Lui e i compagni, ricevendo via via foto e messaggi da altre parti dell’istituto, hanno capito che non si trattava di un’esercitazione; hanno ammassato i tavoli contro l’anta scorrevole, hanno spostato gli armadietti, e per due ore e undici minuti non hanno emesso un fiato se non per bisbigliare risposte alla madre che dall’altra parte della cornetta cercava di capire se lui fosse ancora vivo. I poliziotti, arrivati sul posto in meno di centoventi secondi dalla prima segnalazione – come ha tenuto a rimarcare la ministra della Pubblica Sicurezza della Columbia Britannica Nina Krieger nel punto stampa serale – hanno impiegato il resto del pomeriggio a bonificare ogni singolo locale della Tumbler Ridge Secondary School, l’unica scuola secondaria della municipalità, e solo dopo le 17:45 hanno revocato l’ordine di rifugio sul posto che teneva i residenti chiusi in case e uffici.

Il premier Eby e la richiesta d’aiuto all’Alberta: “Stringete forte i vostri bambini”

David Eby, che governa la provincia e che ha tre figli, ha dovuto raccogliere le parole davanti alle telecamere di Vancouver poche ore dopo la tragedia, e quel “non riusciamo a immaginare cosa stia passando questa comunità” è risuonato come una crepa nella retorica istituzionale – lui stesso ha ammesso di essere rimasto senza voce quando un giornalista gli ha chiesto cosa dovrebbero fare i genitori che ora hanno paura di mandare i figli a scuola. Il premier ha annunciato di essersi messo in contatto con la collega dell’Alberta Danielle Smith per attivare protocolli di assistenza sanitaria transfrontaliera, vista la pressione insostenibile sul piccolo presidio medico di Tumbler Ridge che si è trovato a triageggiare venticinque feriti con risorse di pronto interizzo tipiche di un paese di duemila anime; dall’altra parte del confine, Smith ha garantito la disponibilità immediata dei reparti di trauma di Edmonton e Calgary. Eby ha poi rivolto una sorta di appello affettivo – “avvolgete queste famiglie con il vostro amore, non solo stanotte ma domani e negli anni a venire” – ed è stato lo stesso primo ministro Mark Carney a interrompere la trasferta che lo avrebbe portato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, cancellando anche una tappa ad Halifax per rimanere in contatto costante con i vertici della RCMP.

Un paese di minatori, dinosauri e porte sempre aperte: lo smarrimento del sindaco Krakowka

Darryl Krakowka, sindaco di Tumbler Ridge da diciannove anni, è uscito dal municipio dopo il cessato allarme e ha detto davanti alle telecamere che conoscerà ogni singolo nome delle vittime – “io non li chiamo residenti, li chiamo famiglia” – e forse è in questa consapevolezza intima, in questa prossimità forzata al dolore che il cronista deve registrare senza aggiungere aggettivi, che si misura la distanza abissale tra le stragi anonime delle grandi metropoli e ciò che è accaduto qui, ai piedi delle Montagne Rocciose, in un luogo che campa di miniere di carbone e di fossili di dinosauro. Il consigliere comunale Chris Norbury, intervistato dalla BBC mentre ancora si trovava nei pressi della scuola transennata, ha spiegato che qui non si usa chiudere le porte a chiave, che è un posto incredibilmente sicuro, che tre auto della polizia sono tutta la dotazione ordinaria e che adesso, all’improvviso, quelle stesse divise sono diventate il volto di un incubo. La polizia scientifica sta ancora passando al setaccio le abitazioni limitrofe, nel timore che possano esserci altre scene del crimine collegate; il sovrintendente Floyd, interpellato sulla possibilità di comprendere le ragioni dell’attacco, è stato netto: la polizia farà di tutto per ricostruire gli eventi, ma capire il perché – ha detto testualmente – è qualcosa con cui probabilmente faticheremo anche al termine delle indagini.

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