Un raccolto di Kate Middleton da copiare a tutte le cerimonie da qui a settembre (e oltre)
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Redazione Esteri
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La cattedrale di Canterbury, scrigno millenario della fede anglicana, ha fatto da cornice mercoledì 25 marzo a una cerimonia destinata a lasciare il segno negli annali della storia ecclesiastica inglese. Per la prima volta dallo scisma voluto da Enrico VIII nel 1534, e a oltre 1.400 anni dalla missione di Sant'Agostino, il soglio arcivescovile è stato occupato da una donna. A presenziare all’intronizzazione di Sarah Mullally – ex infermiera capo del servizio sanitario nazionale, sposata e madre di due figli – c’erano naturalmente i rappresentanti di una monarchia di cui lei è divenuta il primate spirituale.
Tra i duemila presenti nella navata, un’attenzione particolare ha suscitato l’arrivo del principe William, affiancato da Kate Middleton: lui in rappresentanza del padre Carlo III, detentore del Titolo di “Supremo Governatore” della Chiesa, lei con un look che, come spesso accade, è destinato a dettare legge nei prossimi mesi. Per l’occasione, la principessa del Galles ha infatti ripescato dal suo armadio – o forse commissionato appositamente – un cappotto lungo firmato Suzannah London, caratterizzato da un taglio impeccabile e da un tessuto che, vista la pesantezza apparente, suggerisce una scelta di pura formalità estetica piuttosto che di comodità termica. A impreziosire l’outfit, un cappello a larghe tese di Juliette Botterill, che la principessa ha dovuto assicurare con una mano per evitare che il vento di Canterbury ne rovinasse l’effetto scenico.
Un segnale di modernità che arriva da Lambeth Palace
La scelta dell’abito, in un contesto tanto solenne, non è mai banale. Se da un lato il cappotto in cashmere e il copricapo coordinato rappresentano la quintessenza della rigidità protocollare a cui la Corona ci ha abituati, dall’altro la loro presenza non può essere letta separatamente dal contesto storico che li ospita. L’insediamento di Dame Sarah Mullally segna un punto di svolta epocale per una istituzione che, non senza scossoni, ha visto le dimissioni del suo predecessore Justin Welby sull’onda di uno scandalo legato alla gestione di abusi su minori. La nuova arcivescova, che ha già rivestito il ruolo di vescova di Londra, ha sottolineato in più occasioni la necessità di affrontare il tema della misoginia “portandolo allo scoperto”, e la sua nomina arriva dopo 105 arcivescovi uomini.
Non è un caso, quindi, che il principe William abbia scelto proprio le settimane precedenti a questa cerimonia per “tracciare una linea sulla sabbia” riguardo al proprio rapporto con la fede. Una fonte a lui vicina ha spiegato come il futuro sovrano, pur non essendo un frequentatore assiduo delle funzioni domenicali alla stregua della nonna Elisabetta II, intenda prendere sul serio il proprio ruolo di garante della Chiesa d’Inghilterra, sebbene declinandolo in una dimensione più intima e adatta a un Regno Unito sempre più multireligioso. L’incontro privato avvenuto a febbraio tra i principi e la nuova arcivescova a Lambeth Palace aveva già gettato le basi per quella che si preannuncia come una collaborazione stretta, benché calibrata sulla sensibilità contemporanea.
Le sfide di un ecumenismo in cammino
A dare ulteriore profondità al quadro della giornata, ci ha pensato il contesto ecumenico che ha avvolto l’intera cerimonia. L’insediamento della Mullally, infatti, è coinciso temporalmente con la ricorrenza del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Comune del 24 marzo 1966, il primo storico documento di riavvicinamento formale tra la Chiesa anglicana e quella cattolica romana, firmato da Paolo VI e dall’arcivescovo Michael Ramsey. A sottolineare il legame, il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha preso parte alla preghiera comune nella Chapel of our Lady Martyrdom a Canterbury, portando con sé la lettera di auguri di Papa Leone XIV.
Il messaggio del pontefice, consegnato proprio in quei giorni, non ha mancato di ricordare alla nuova arcivescova la “grande responsabilità” che le spetta, non solo nella diocesi di Canterbury ma nell’intera Comunione Anglicana – quella che conta circa 85 milioni di membri distribuiti in 165 paesi – auspicando che il cammino ecumenico intrapreso possa proseguire nonostante le “nuove divergenze” emerse negli ultimi anni tra le due confessioni. L’incontro di persona, previsto per il prossimo aprile durante il viaggio della Mullally a Roma, rappresenterà il suggello concreto di questo dialogo, che l’arcivescova stessa ha definito come la volontà di “essere strumento di comunione”.
L’impegno per le vittime e la funzione del reale
Nel suo primo sermone da arcivescova, pronunciato sotto le volte gotiche della cattedrale, Sarah Mullally ha voluto indirizzare un pensiero esplicito alle ferite ancora aperte nel suo gregge. Riconoscendo le “mancanze e le inazioni” da parte della stessa comunità cristiana, ha fatto riferimento esplicito alle vittime di abusi, un tema che aveva minato alla base la fiducia nell’operato del suo predecessore. È un’ammissione di vulnerabilità che rende la sua investitura, già storica per il genere, anche un momento di potenziale svolta etica per l’istituzione.
Di fronte a questa dichiarazione di intenti, il ruolo dei principi di Galles è stato quello di testimoni silenziosi ma visibili. Kate e William, seduti in prima fila, hanno seguito il rito durante il quale l’arcivescova è stata insediata dapprima nella cattedra del vescovo (risalente al 1844) e successivamente nell’antica Cattedra di Sant’Agostino, risalente al XIII secolo, simbolo del suo magistero esteso alla comunione mondiale. Al termine, mentre la Mullally lasciava la navata, ha compiuto un gesto di deferenza verso il principe, chinando il capo di fronte a lui; un gesto di rispetto istituzionale che William ha ricambiato con un cenno del capo e un applauso, sancendo visivamente l’inizio di un nuovo capitolo per la Chiesa d’Inghilterra e per il rapporto con la Corona.




