Il conto salato dell’operazione Epic Fury: quanto costa agli americani la guerra in Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i bombardamenti continuano e le operazioni terrestri restano, per ora, una minaccia aleggiante su un conflitto che si fa di giorno in giorno più cruento, nelle stanze del potere a Washington si fa strada una domanda destinata a pesare come un macigno sul futuro politico dell’amministrazione Trump: quanto costerà tutto questo? L’apparato bellico messo in moto dal presidente, con la denominazione di Operazione Epic Fury, sta divorando risorse a un ritmo che persino i falchi più intransigenti faticano a giustificare. Le prime cento ore di combattimenti, secondo le stime del Center for Strategic and International Studies (Csis), uno dei think tank più autorevoli in materia di strategie, avrebbero già bruciato circa tre miliardi e settecento milioni di dollari, una cifra che tradotta in una media giornaliera supera abbondantemente gli ottocento milioni. Si tratta, e il dato è significativo, di una spesa in gran parte non prevista nei bilanci ordinari del Pentagono, il che significa che gran parte di quei fondi – si parla di circa tre miliardi e mezzo – dovrà essere trovata altrove, andando a intaccare altre voci di spesa o, più probabilmente, richiedendo un intervento straordinario da parte del Congresso.

Una pioggia di miliardi per bombe e missili

A far schizzare alle stelle i costi, nelle fasi iniziali del conflitto, è stato l’impiego massiccio di munizionamento di precisione e sistemi di difesa tra i più sofisticati mai realizzati. Solo nelle prime quarantotto ore dall’inizio dell’offensiva, lanciata il 28 febbraio, il Pentagono ha sparato l’equivalente di cinque miliardi e seicento milioni di dollari in armi, una cifra da capogiro che ha subito allarmato i legislatori preoccupati per il rapido esaurimento delle scorte di armamenti avanzati. Un rapporto del Washington Post, citato da diverse agenzie, ha dettagliato come questa enorme spesa iniziale abbia sollevato dubbi sulla reale prontezza dell’esercito americano a sostenere un conflitto di lunga durata. Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha cercato di rassicurare tutti dichiarando che il dipartimento ha “tutto ciò di cui ha bisogno per eseguire qualsiasi missione al momento e nel luogo scelti dal presidente”, ma intanto, per proseguire la campagna, si è reso necessario attingere a riserve di bombe a guida laser, meno sofisticate ma più facilmente reperibili, e spostare componenti dei sistemi di difesa THAAD dalla Corea del Sud al Medio Oriente, un segnale che non può essere ignorato riguardo alla tensione sulle linee di approvvigionamento.

Il conto presentato a Congresso e contribuenti

La macchina da guerra americana, forte di oltre cinquantamila uomini dispiegati e di due portaerei, ha colpito migliaia di obiettivi sul suolo iraniano, dalle postazioni missilistiche alle navi, e per farlo ha impiegato una quantità impressionante di intercettori, ciascuno dal costo milionario. Elaine McCusker, che durante la prima amministrazione Trump è stata una delle figure di vertice per la gestione dei bilanci al Pentagono, ha fornito al *New York Times* una stima ancor più impressionante: secondo i suoi calcoli, al sesto giorno di guerra il conto aveva già superato gli undici miliardi di dollari, di cui oltre cinque solo per i missili intercettori utilizzati per contrastare le eventuali rappresaglie iraniane. Una previsione, la sua, che fotografa un’escalation dei costi che rischia di avvicinarsi pericolosamente ai cento miliardi di dollari, una cifra che farebbe impallidire anche gli interventi militari più costosi degli ultimi anni. E mentre l’amministrazione non ha ancora ufficialmente chiesto al Congresso un finanziamento extra, fonti vicine al dossier rivelano che l’istruttoria per una richiesta di bilancio supplementare è già in fase avanzata e potrebbe essere presentata già nei prossimi giorni per un valore che si aggirerebbe intorno ai cinquanta miliardi di dollari.

L’incognita petrolio e il malumore repubblicano

Se i costi diretti delle operazioni militari sono già di per sé un tema caldo, a complicare ulteriormente il quadro per la Casa Bianca si aggiungono le ripercussioni indirette sull’economia americana e, di riflesso, sull’umore dell’elettorato. Le minacce di Teheran di bloccare lo Stretto di Hormuz, passaggio vitale per il trasporto del petrolio, hanno fatto impennare il prezzo del greggio e, con esso, quello della benzina alle pompe degli Stati Uniti, un indicatore che il presidente Trump, forte della promessa di un’America economicamente forte e indipendente, aveva sempre tenuto d’occhio con particolare attenzione. Il timore, per molti strateghi del Partito Repubblicano in vista delle elezioni di midterm, è che l’operazione Epic Fury rischi di minare alla base la loro credibilità su temi cruciali come il costo della vita, erodendo quel consenso popolare che aveva riportato Trump alla Casa Bianca. Lo stesso presidente, in un post su Truth Social, ha lanciato minacce durissime all’Iran, promettendo “morte, fuoco e furia” se gli attacchi agli oleodotti dovessero continuare, ma la sensazione, anche tra i suoi alleati, è che la finestra per una rapida conclusione del conflitto si stia rapidamente chiudendo, lasciando spazio a uno stillicidio costoso e politicamente pericoloso.

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