Rapina Donnarumma, il processo si apre nel caos: «Picchiata mentre ero incinta»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il tribunale di Parigi ha avviato il processo per la rapina subita nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2023 da Gianluigi Donnarumma e da Alessia Elefante, all’epoca sua fidanzata e oggi moglie, nella loro abitazione di Avenue Montaigne, nel cuore del quartiere più esclusivo della capitale francese. La prima udienza, tenutasi davanti alla 16ª camera correzionale, è stata interrotta poco dopo l’inizio a causa di insulti, minacce e tafferugli che hanno coinvolto gli imputati e i loro familiari.

La presidente del collegio giudicante ha definito la seduta «catastrofica» prima di sospendere i lavori in serata.

Le accuse e gli imputati

Sul banco degli imputati figurano tre uomini. Ilyas Kherbouch, 21 anni, noto con il soprannome di «Ganito», e Khyan Mamouni, 22 anni, sono accusati di aver pianificato e diretto il colpo dall’interno del carcere di Villepinte, dove erano detenuti al momento dei fatti, impartendo istruzioni telefoniche agli esecutori materiali. Il terzo imputato, Moktar Diop, 24 anni, è l’unico presente sul luogo della rapina e avrebbe ammesso la propria partecipazione.

Kherbouch, che secondo quanto emerso in aula avrebbe alle spalle undici precedenti condanne, era evaso dal penitenziario nel marzo 2026 con l’ausilio di falsi poliziotti e di un ordine di estrazione contraffatto, trascorrendo tredici giorni in fuga prima di essere ricatturato.

La ricostruzione dell’assalto

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i malviventi raggiunsero il tetto dell’edificio con una scala, si calarono sul balcone dell’appartamento situato al nono piano e fecero irruzione rompendo una finestra. Donnarumma fu svegliato da uno degli aggressori e colpito al volto con un tirapugni, poi minacciato con un coltello puntato sotto le coste. La compagna, in stato di gravidanza iniziale, fu tirata per i capelli e colpita alle gambe nonostante avesse dichiarato di attendere un bambino. Entrambi vennero legati con cavi di caricabatterie per telefoni.

Alessia Elefante consegnò un orologio Cartier, altri gioielli e circa 2.000 euro in contanti; quando i rapinatori le chiesero il codice della cassaforte, spiegò di non conoscerlo e fu proprio Donnarumma a fornirlo, ma all’interno non c’era alcun valore.

La testimonianza della moglie

Nel corso dell’udienza è stata ricostruita la testimonianza resa dalla donna agli inquirenti, nella quale ha rievocato le violenze subite quella notte. Elefante ha riferito di essere stata picchiata mentre era incinta. Poche settimane dopo l’aggressione la coppia ha subito la perdita del bambino che la donna portava in grembo.

I legali delle parti civili hanno spiegato che i due coniugi, che oggi hanno un figlio e si sono sposati nel luglio 2026, continuano a vivere in uno stato di vigilanza costante e hanno scelto di non presenziare al processo, affidando la loro posizione agli avvocati.

Il bottino e le indagini

Il commando fuggì portando via contanti, orologi di alto valore – tra cui esemplari Audemars Piguet, Rolex e Cartier –, borse di lusso e le chiavi di una Mercedes e di una Lamborghini. Il valore complessivo della refurtiva è stato stimato in quasi un milione di euro. Donnarumma riportò una ferita al cuoio capelluto che richiese tre punti di sutura e, dopo la fuga degli aggressori, riuscì a liberarsi e a dare l’allarme.

Le indagini della Brigade de répression du banditisme hanno ricostruito un’organizzazione articolata, con esecutori e vedette sul campo coordinate a distanza dai presunti mandanti. L’analisi della telefonia e dei social network ha consentito di localizzare la linea utilizzata per inviare le istruzioni e l’indirizzo dell’appartamento, risultata costantemente agganciata a celle prossime al carcere di Villepinte.

Il caos in aula

La tensione è esplosa quando gli agenti hanno chiesto al fratello di Kherbouch di smettere di comunicare con l’imputato e poi di lasciare l’aula. Kherbouch ha reagito con insulti e minacce nei confronti degli agenti, urlando frasi violentissime, e undici agenti sono dovuti intervenire per allontanare il familiare. Poco dopo anche Mamouni è stato espulso. La difesa aveva chiesto che il processo proseguisse a porte chiuse, ma il tribunale ha respinto la richiesta. Al termine della giornata l’udienza è stata sospesa.

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