L’odissea degli italiani a Dubai e il racconto di chi è rientrato: “La nostra ambasciata è stata eccellente, gli altri europei erano disperati”
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Redazione Interno
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Il rientro in Italia, per molti dei connazionali rimasti bloccati nell’area del Golfo dopo l’inizio dell’operazione ‘Epic fury’ – questo il nome assegnato all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran –, si è trasformato in un viaggio della speranza fatto di spostamenti via terra, attese estenuanti e, in alcuni casi, della gratitudine per il lavoro silenzioso della diplomazia. Tra le testimonianze che emergono in queste ore, quella di Giovanni Leonetti, chirurgo calabrese con base a Roma, restituisce il spaccato di quanto accaduto negli Emirati Arabi Uniti a partire da quel pomeriggio del 28 febbraio, quando il fragore di una forte esplosione nei pressi dell’aeroporto di Abu Dhabi ha gelato il sangue ai tanti turisti italiani in partenza. Leonetti, intervistato dall’Adnkronos, racconta di essere rientrato solo dopo giorni di apprensione, sottolineando come la macchina organizzativa messa in campo dalla Farnesina abbia funzionato in modo impeccabile, in netto contrasto con quanto vissuto da altri cittadini europei, lasciati, a suo dire, in uno stato di totale abbandono.
La fuga via terra verso l’Oman e il sostegno dei diplomatici
La situazione, nelle ore immediatamente successive alla chiusura dello spazio aereo, era diventata rapidamente critica. Con i voli cancellati e migliaia di persone in attesa, la priorità per molti è stata quella di cercare una via di fuga. Leonetti, come altri connazionali, ha optato per una soluzione alternativa: un trasferimento via terra fino al Sultanato dell’Oman. Un viaggio di oltre sette ore, di cui quasi cinque di auto e due e mezza di coda al valico di frontiera di Atta, per raggiungere l’aeroporto di Mascate. È lì, nelle prime ore dell’alba del 3 marzo, che il chirurgo ha trovato ad accoglierlo l’ambasciatore italiano Pierluigi D’Elia insieme al personale dell’unità di crisi della Farnesina. Un’assistenza che lo stesso Leonetti definisce “eccezionale” non solo sul piano umano, ma anche su quello logistico: i funzionari italiani hanno guidato i rientranti nell’acquisto dei biglietti aerei, un’operazione tutt’altro che banale in un contesto di conflitto e panico diffuso, e hanno contribuito a creare, tramite accordi con il governo dell’Oman, veri e propri corridoi aerei dedicati con la compagnia di bandiera.
Mentre l’attenzione dei media si è spesso concentrata sui numeri – il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dato conto alla Camera di come circa diecimila italiani siano stati inizialmente assistiti e di come altri duemilacinquecento fossero in attesa di rimpatrio –, la macchina della solidarietà si muoveva anche su un altro fronte, quello sanitario. La storia di Sharon, una giovane donna malata di cancro bloccata a Dubai, è emblematica dell’efficacia di questi interventi mirati. Per lei, le cui terapie oncologiche erano già state programmate per i primi di marzo in Italia e non sarebbero state facilmente riprogrammabili, il rientro era una questione di vita o di morte. L’emozione provata al momento dell’atterraggio dell’aereo – un volo militare, nella sua fattispecie – a Roma è stata quella di un immenso sollievo, la sensazione di essere finalmente tornata al sicuro, come ha voluto condividere al suo rientro.
Il confronto con i turisti di altre nazionalità
La narrazione del chirurgo calabrese, tuttavia, assume una risonanza particolare quando sposta lo sguardo sulla gestione della crisi da parte di altri Paesi europei. Durante i giorni di permanenza forzata a Dubai e, successivamente, nella fase di transito in Oman, Leonetti ha incrociato cittadini spagnoli, francesi, greci e tedeschi. La loro condizione, a suo avviso, era di autentica disperazione. Molti di loro, racconta, si sono affidati ai voli organizzati per gli italiani perché le loro rappresentanze diplomatiche non avevano predisposto piani di rimpatrio alternativi, lasciandoli sostanzialmente al loro destino. Un’immagine potente che fotografa il caos generale e, al contempo, esalta il lavoro degli ambasciatori non solo a Mascate, ma anche ad Abu Dhabi, dove Lorenzo Fanara è stato un punto di riferimento costante per la comunità italiana, facilitando i rimpatri non appena le condizioni minime di sicurezza sono state ripristinate.
Non sono mancati, è bene ricordarlo, momenti di paura e incertezza vissuti sulla propria pelle. Daniele Zannini, commercialista bolognese rientrato all’aeroporto Marconi, ha raccontato quei frangenti con lucidità: la guerra, ha detto, è scoppiata nel tardo pomeriggio di sabato 28 febbraio. Lui e gli altri ospiti si trovavano in albergo quando sono stati fatti scendere e radunare nella hall. Un episodio, il suo, che si intreccia con la paura di quei momenti, quando “un pezzo di missile si è abbattuto nell’albergo vicino a noi”, a testimonianza di quanto la minaccia fosse concreta e vicina. La gestione dell’emergenza, ha tenuto a precisare Leonetti, ha previsto una scala di priorità nei rimpatri che ha privilegiato disabili, anziani, minori, donne e famiglie con redditi più bassi, quelli cioè che non potevano sostenere i costi di una permanenza prolungata in albergo o l’acquisto di nuovi biglietti aerei lievitati in modo esponenziale.




