Chico Forti resta in carcere, la Cassazione dice no alla liberazione condizionale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte di Cassazione, con una decisione che non lascia spazio a ulteriori interpretazioni, ha messo la parola fine — almeno per il momento — sulle speranze di Chico Forti di ottenere la libertà condizionale. I giudici dell’ultimo grado di giudizio, chiamati a esprimersi sul ricorso presentato dai legali del 67enne trentino, hanno infatti confermato il provvedimento con cui il tribunale di sorveglianza di Venezia, nello scorso mese di settembre, aveva già rigettato l’istanza per l’accesso alla misura alternativa. L’imprenditore, che proprio l’8 febbraio ha compiuto 67 anni e che da oltre ventisei si trova rinchiuso in carcere per l’omicidio di Dale Pike — il delitto commesso a Miami nel 1998 e per il quale si è sempre professato innocente — dovrà pertanto continuare a scontare la sua pena detentiva. La Suprema Corte, nella sua valutazione, ha di fatto ritenuto congruo l’impianto motivazionale che aveva portato i giudici della sorveglianza a negare quel beneficio, un istituto che, qualora fosse stato accolto, avrebbe consentito a Forti di trascorrere il periodo residuo della condanna in regime di libertà vigilata, fuori dalle mura del carcere.

Alla base del diniego, confermato in via definitiva dall’organo di legittimità, vi sarebbero elementi sostanziali che i giudici di merito hanno ritenuto ostativi alla concessione della liberazione condizionale. In particolare, nel provvedimento del tribunale di sorveglianza si faceva riferimento all’assenza di una manifestazione esplicita di sentimenti di colpa o di un autentico dispiacere riferibile ai familiari della vittima, così come l’insufficienza di elementi che potessero far ritenere compiuto, neppure in forma parziale, un risarcimento del danno prodotto da quel delitto. La difesa, rappresentata dagli avvocati Alessandro Favazza e Carlo Dalla Vedova, aveva tentato di ribaltare queste conclusioni facendo leva, presumibilmente, sulla lunga detenzione già scontata da Forti oltreoceano — ventiquattro anni in un carcere della Florida prima del rimpatrio, avvenuto nel maggio del 2024 per volontà del governo Meloni — e sull’esemplare condotta tenuta dall’assistito durante gli anni di reclusione. Tuttavia, l’orientamento della Cassazione si è rivelato netto e non ha lasciato margini per una diversa interpretazione della vicenda.

I permessi già ottenuti e la vita nel carcere di Montorio

Nonostante la battuta d’arresto sul fronte della liberazione condizionale, la posizione di Chico Forti all’interno del circuito detentivo non è però quella di un ergastolano privo di qualsiasi contatto con l’esterno. Detenuto presso la casa circondariale di Montorio, a Verona, l’ex produttore televisivo e campione di windsurf gode già di alcune forme di parziale reinserimento. Dal settembre del 2025, infatti, il tribunale di sorveglianza gli aveva concesso la possibilità di uscire dalla struttura durante le ore diurne per svolgere un’attività lavorativa presso un’azienda agricola situata nella Bassa veronese, un impegno che lo vede raccogliere legna e occuparsi della potatura e della semina, e che lo tiene occupato diversi giorni alla settimana. A questo si aggiungono i permessi per fare visita all’anziana madre, che risiede a Trento e che lui può andare a trovare, nonché l’adesione ad alcune iniziative di volontariato, tra cui spicca l’insegnamento del windsurf a ragazzi con disabilità, disciplina nella quale Forti eccelse in gioventù.

Si tratta, come hanno tenuto a precisare i suoi stessi difensori, di un percorso graduale, basato sull’affidamento che l’amministrazione penitenziaria e la magistratura di sorveglianza ripongono nel detenuto, ma che non equivale certo a uno strappo rispetto alla logica propria della condanna all’ergastolo. Il regime di cui usufruisce Forti rientra nell’applicazione dell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, che consente a quanti abbiano già scontato una parte consistente della pena di accedere a esperienze lavorative o formative all’esterno del carcere, pur rimanendo a tutti gli effetti soggetti alla restrizione della libertà personale. È un percorso che, nelle intenzioni della difesa, avrebbe dovuto rappresentare un viatico naturale verso la misura più ampia della liberazione condizionale; misura che però, alla prova dei fatti, i giudici non hanno ritenuto di concedere.

Il ricorso in Cassazione e le reazioni dei familiari

L’esito del giudizio dinanzi alla Suprema Corte è stato accolto con amarezza dai legali e, soprattutto, dai familiari dell’imprenditore trentino. L’avvocato Favazza, intervistato all’indomani della decisione, ha parlato di un Chico Forti «amareggiato», ma allo stesso tempo sorpreso dalla propria capacità di reggere l’ennesimo colpo in una vicenda giudiziaria lunga e tormentata. «Non è quello che speravamo, ma andiamo avanti», ha commentato il difensore, lasciando intendere che la battaglia legale, nonostante la pronuncia della Cassazione, potrebbe non essere del tutto conclusa. La famiglia, dal canto suo, aveva già manifestato in passato tutto il proprio sconcerto per le motivazioni che avevano portato al diniego della liberazione condizionale, definite dallo zio Gianni Forti «assurde e inesistenti», parole che lasciavano trasparire un senso di impotenza di fronte a una macchina giudiziaria che, a loro avviso, non avrebbe tenuto nella dovuta considerazione gli anni di detenzione già scontati e la costante proclamazione d’innocenza da parte di Chico.

La vicenda di Forti, del resto, continua a mantenere una sua complessità, anche al di là degli aspetti strettamente giudiziari. Il suo rientro in Italia, fortemente voluto dall’esecutivo e sottolineato dalla presenza della presidente del Consiglio all’aeroporto di Pratica di Mare per accoglierlo al suo arrivo dagli Stati Uniti, era stato accompagnato da un acceso dibattito politico e mediatico. A ciò si era aggiunta, nei mesi successivi, un’indagine della procura di Verona, poi conclusasi con una richiesta di archiviazione, in relazione a presunte dichiarazioni che Forti avrebbe reso all’interno del carcere e che riguardavano alcuni giornalisti. Elementi, questi, che hanno contribuito a mantenere alta l’attenzione su un caso che, al di là delle singole vicende processuali, interroga da anni l’opinione pubblica sui temi della giustizia e del trattamento dei detenuti all’estero.

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