Pezeshkian: "È il momento migliore per l'accordo". Il Pentagono preme per produrre più armi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che il Paese si trova nel momento più favorevole per raggiungere un'intesa con gli Stati Uniti, esortando Teheran a uscire dalla fase di "né guerra né pace". In un intervento riportato dai media iraniani e citato da Al Jazeera, Pezeshkian ha sottolineato che "nel Paese c'è coesione, forza e unità" e che l'Iran, a suo avviso, può considerarsi "vittorioso e potente in questa guerra".

Il presidente ha inoltre affermato che sarebbe stato opportuno istituire un canale dedicato per gestire le violazioni del cessate il fuoco, un aspetto che attualmente rappresenta uno dei punti centrali dei negoziati in corso con la mediazione dell'Oman.

Mentre Teheran mostra un'apertura diplomatica, sul campo permangono tensioni: gli Emirati Arabi Uniti hanno reso noto che un missile iraniano ha colpito una nave della compagnia petrolifera statale ADNOC, senza causare vittime, mentre le forze armate yemenite hanno attaccato i ribelli Houthi, sostenuti dall'Iran, in un contesto che rischia di far riesplodere la guerra civile nella regione.

Le condizioni iraniane per la riapertura di Hormuz

Parallelamente alle aperture del presidente, il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell'Iran, Mohammad Baqer Zolqadr, ha ribadito con fermezza le condizioni per sbloccare la situazione. "Finché l'America non correggerà il suo comportamento, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto", ha avvertito Zolqadr, specificando che il Consiglio non si tirerà indietro né in guerra né nei negoziati.

Tra le richieste iraniane figurano la fine delle minacce, il ritiro delle forze militari statunitensi dai dintorni dell'Iran, la revoca delle sanzioni e il risarcimento per i danni di guerra. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato che le parti sono vicine a una conclusione per la riapertura della via navigabile, ma ha ribadito la necessità di un risarcimento da parte di Washington, mentre le Guardie Rivoluzionarie chiedono che gli Stati Uniti cessino ogni interferenza nei colloqui.

Il Pentagono preme sull'industria bellica

Nel frattempo, dall'altra parte dell'oceano, il Dipartimento della Difesa statunitense sta esercitando forti pressioni sui colossi della difesa per accelerare la produzione di armamenti. Secondo un memo interno visionato dal Washington Post, il vice segretario alla Difesa Steve Feinberg ha dato alle industrie un termine massimo di 21 giorni per presentare piani che garantiscano "tempistiche di consegna significativamente più rapide e aggressive" e un incremento della produzione per capacità critiche.

"Cicli di produzione che durano anni non sono accettabili", avrebbe scritto Feinberg, sottolineando la necessità di adeguare i processi alle esigenze di un esercito impegnato in un conflitto in corso.

Scorte di missili a livelli critici

La richiesta del Pentagono arriva in un momento di forte preoccupazione per il livello delle scorte strategiche statunitensi, prosciugate dai cinque mesi di guerra contro l'Iran. Secondo un'analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS), le scorte di missili intercettori Patriot sono crollate da 2.330 unità prima del conflitto a una cifra stimata tra 759 e 827, registrando un calo di almeno il 65%. Analogamente, i missili THAAD sono scesi da 452 a meno di 278 unità, con un decremento del 38%.

La carenza di armamenti sta alimentando tensioni anche all'interno dell'amministrazione Trump, che ha smentito pubblicamente la penuria sostenendo che gli Stati Uniti dispongono di "enormi quantità" di munizioni e armi.

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