L’assalto dei robot silenziosi: come Kiev sta riscrivendo le regole della guerra
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Redazione Esteri
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La guerra in Ucraina, si sa, è da tempo anche un laboratorio tecnico-scientifico senza precedenti. E proprio mentre l’incursione di un drone russo a Galați, in Romania, riaccende i riflettori sulla vulnerabilità dei confini della Nato, un’altra rivoluzione, più silenziosa ma altrettanto dirompente, sta prendendo forma nelle trincee dell’Est.
Secondo un’inchiesta della Cnn, infatti, l’esercito di Kiev ha iniziato a sopperire alla cronica carenza di uomini – una risorsa sempre più preziosa e difficile da rimpiazzare – attraverso l’impiego massiccio di sistemi terrestri senza pilota.
Non si tratta più dei soliti droni aerei, ma di veri e propri robot da combattimento, cingolati e telecomandati, capaci di compiere missioni che fino a ieri sarebbero costate decine di vite umane.
La “morte silenziosa” che fa arretrare i russi
Il panorama bellico è mutato in modo radicale: interi assalti vengono ormai pianificati ed eseguiti senza che un singolo fante ucraino metta piede nella terra di nessuno. I soldati russi, colti di sorpresa da questa evoluzione, hanno soprannominato questi veicoli “morte silenziosa” ( tykhaya smert ).
Un nomignolo sinistro che ne descrive perfettamente la natura, considerando che i loro motori elettrici, a bassa emissione termica, li rendono udibili solo quando sono ormai a una decina di metri dalle posizioni nemiche.
In un caso documentato, l’impatto psicologico è stato tale che i difensori russi, di fronte a una mitragliatrice pesante Browning montata su un robot, sono “andati nel panico, strisciavano a terra senza sapere cosa fare”, come riportato dai diretti interessati ai media statunitensi.
Non servono pause, non servono razioni: l’unico limite di queste macchine, che possono restare imboscate per giorni, è la fine delle munizioni.
Numeri da campo: un robot vale 2.300 soldati
A corroborare l’efficacia di questa strategia, però, non ci sono solo le sensazioni, ma dati concreti raccolti sul campo. La brigata NC13, specializzata nell’innovazione tecnologica, ha analizzato 164 missioni d’assalto. Il calcolo, spietato e matematico, mostra che per ottenere lo stesso risultato bellico senza l’ausilio dei robot, l’esercito avrebbe dovuto schierare circa 2.300 soldati.
E, considerando la violenza dei combattimenti, la stima delle perdite umane in uno scenario del genere si aggirerebbe attorno al cinquanta per cento dell’effettivo, cioè oltre mille uomini. Il comandante dell’unità, insieme al presidente Zelensky che ad aprile ha rivendicato la prima conquista di una trincea “robotica”, vede in queste statistiche la prova che la tecnologia non è solo un’opzione, ma una necessità per la sopravvivenza della nazione.
La risposta russa: sciami interconnessi e intelligenza artificiale
Come spesso accade nei conflitti, però, a ogni mossa corrisponde un contraccolpo. Se Kiev punta sui robot terrestri per sopperire alla mancanza di uomini, Mosca sta cercando di perfezionare l’uso dei propri droni aerei attraverso la tecnologia “a sciame”.
Secondo l’analista militare Anatolii Khrapchynskyi, citato da fonti come Rbc-Ucraina, la vera svolta russa risiede nella capacità di questi apparati di comunicare tra loro in volo grazie a una rete “mesh”.
A differenza dei vecchi missili da crociera, che seguono una rotta fissa e prevedibile, questi nuovi droni si avvisano a vicenda della presenza di un pericolo. Se un drone viene abbattuto dalla contraerea, quelli che lo seguono modificano istantaneamente la traiettoria per aggirare l’ostacolo.
In alcuni casi, gli esemplari più moderni sono addirittura in grado di rilevare autonomamente le postazioni radar nemiche e di dirigersi verso i segnali emessi per autodistruggersi, rappresentando così un bersaglio molto più complesso da intercettare rispetto a un semplice ordigno pre-programmato.
L’incidente di Galați e il nuovo fronte elettronico
Questo aggiornamento tecnologico spiega anche episodi recenti che hanno fatto tremare l’Est Europa, ben oltre i confini ucraini. Il drone precipitato su un condominio nella città romena di Galați, ferendo due civili, non è stato un caso isolato.
Le cronache raccontano di un F-16 romeno (in missione di polizia aerea nei cieli baltici) che ha abbattuto un drone ucraino fuori controllo in Estonia, e di allarmi aerei scattati in Lituania che hanno costretto il presidente a rifugiarsi in un bunker.
Ciò che accomuna questi episodi, a detta degli strateghi militari che presidiano il fianco orientale, è la crescente attività di “guerra elettronica” russa. Molti di questi droni, sia ucraini che russi, vengono deviati o subiscono interferenze sui segnali Gps, perdendo la rotta e vagando per centinaia di chilometri.
Sebbene la Nato abbia condannato l’accaduto come “inaccettabile”, la verità è che la proliferazione di queste armi a basso costo – e la loro crescente autonomia – rende i confini europei molto più permeabili di quanto si fosse disposti ad ammettere solo un anno fa.




