Minneapolis, Trump promette il ritiro dell’Ice e invia lo "zar delle frontiere" Homan

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «A un certo punto l’Ice lascerà Minneapolis. Abbiamo fatto un magnifico lavoro». Con queste parole, pronunciate durante una breve telefonata al Wall Street Journal, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aperto per la prima volta a un possibile ripensamento sulla presenza degli agenti federali nella città scossa dalle proteste, pur senza indicare alcuna data certa per un loro eventuale ritiro. Una dichiarazione che, se da un lato sembra accogliere le pressioni di una parte dell’opinione pubblica, dall’altro si accompagna a una mossa diametralmente opposta, ovvero l’invio sul campo di Tom Homan, figura già al vertice dell’agenzia con l’amministrazione precedente e noto per le sue posizioni durissime. Una strategia, questa, che riflette la complessità della crisi in atto e le sue profonde implicazioni politiche interne, mentre le indagini sull’omicidio di Alex Pretti proseguono e alimentano il malcontento.

Un cambio al vertice operativo mentre si parla di disimpegno

Secondo quanto riportato da fonti di Cnn, il cambio di rotta annunciato a parole da Trump sembrerebbe trovare un primo, concreto riscontro nel rimpatrio di Gregory Bovino, il capo della Us Border Patrol che ha diretto le operazioni a Minneapolis fin dall’inizio, il quale sarebbe pronto a lasciare la città imminente. L’allontanamento di Bovino, tuttavia, non coincide affatto con un’inversione di marcia nelle politiche di sicurezza, poiché il suo posto verrebbe preso da un falco come Tom Homan. Classe 1961, Homan è stato a capo dell’Ice in interim fino al 2018 e si è distinto per essere un fervido sostenitore delle politiche di “tolleranza zero”, tanto che, nel gennaio del 2017, fu proprio lui a suggerire la separazione dei minori dalle famiglie di immigrati irregolari come deterrente, un programma poi sospeso dopo diciotto mesi a causa delle forti polemiche. La sua nomina, quindi, appare più come una risposta decisa alle proteste che come un gesto di distensione.

Le crepe nella compagine repubblicana e il caso Noem

La gestione dell’assedio di Minneapolis, caratterizzato da episodi di violenza e da un clima di tensione permanente, sta creando fratture sempre più visibili all’interno dello stesso Partito Repubblicano, mettendo in difficoltà la coesione della maggioranza. Trump, nell’intervista, ha affermato che la sua amministrazione sta «esaminando il caso» dell’omicidio di Pretti, un fatto di cronaca che ha drammaticamente infiammato gli animi, ma l’incertezza sul da farsi rimane palpabile. A complicare ulteriormente il quadro politico, infatti, si aggiunge la situazione di Kristi Noem, attualmente sotto accusa per questioni legate alla sua condotta, un elemento che contribuisce a dividere ulteriormente i repubblicani e ad assorbire risorse politiche in un momento già critico. La difficoltà, dunque, non è solo di ordine pubblico ma si estende alla tenuta stessa del fronte che sostiene il presidente.

Una strategia contraddittoria tra parole e fatti

L’approccio dell’amministrazione Trump alla crisi di Minneapolis si rivela, dunque, profondamente ambivalente. Da una parte, si lasciano cadere dichiarazioni che fanno presagire un disimpegno, probabilmente pensato per placare le critiche più aspre e per rispondere a una parte dell’elettorato; dall’altra, si ricorre all’invio di una personalità come Homan, il cui operato è sinonimo di linea dura e che, di fatto, rappresenta un inasprimento della risposta federale. Questa duplicità di messaggi, dove alle aperture verbali seguono azioni di segno contrario, rispecchia la complessità di una situazione in cui il governo deve bilanciare la necessità di ripristinare l’ordine con la pressione politica crescente, sia interna che esterna. Resta da vedere, al di là delle parole, quale delle due anime prevarrà nella gestione pratica dei giorni a venire, mentre Minneapolis resta il teatro di uno scontro dalle molteplici sfaccettature.

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