Pierpaolo Piccioli a Balenciaga: il chiaroscuro dell'anima e le immagini inedite di Euphoria

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Parigi – Se c’è una lezione che i pittori del Rinascimento hanno insegnato, è che per dare tridimensionalità a un volto o profondità a una scena, non si può illuminare ogni cosa in modo piatto e uniforme; bisogna invece saper dosare le ombre, lasciando che sia il buio a modellare la materia su cui la luce, poi, si posa. È un principio che Pierpaolo Piccioli, alla sua seconda sfilata per Balenciaga, sembra aver fatto proprio non solo nell’approccio sartoriale, ma nella costruzione stessa dell'immaginario della maison. La collezione autunno-inverno 2026, presentata nel corso della Paris Fashion Week, si intitola “Clairobscur”, termine francese che riecheggia il “chiaroscuro” italiano, e rappresenta un tentativo di esplorare le antinomie dell’esistenza attraverso il tessuto.

Per farlo, e il legame qui diventa stringente e assolutamente centrale nella narrazione, Piccioli ha scelto di collaborare con Sam Levinson, il creatore di Euphoria. L’intero spazio della sfilata è stato trasformato in un’installazione immersiva grazie ai video del regista, che ha letteralmente avvolto il pubblico in frammenti della terza stagione della serie — quella in uscita il prossimo 12 aprile — alternati a primi piani delle modelle e a paesaggi in transito dall’alba al tramonto. Non si è trattato di una semplice scenografia, ma di un cortocircuito voluto tra la passerella e il racconto per immagini: le paillettes che brillano sui capi finali, ad esempio, sembravano rubate alla fotografia iperreale e satura di Levinson, così come le stampe fotografiche impresse su trench e felpe giganti riportavano in vita quelle atmosfere notturne e neon che sono il marchio di fabbrica della serie HBO.

La collezione, in questo senso, si muove in un equilibrio costante tra l’eredità strutturale di Cristóbal Balenciaga — quelle forme a bozzolo, quelle spalle scolpite ma rese morbide — e la ricerca di una “umanità” che Piccioli ha dichiarato più volte di voler rimettere al centro. In un mondo della moda spesso saturo di rumore visivo, lui sceglie di abbassare le luci per far risaltare i dettagli che contano: il modo in cui un collo incornicia il volto, un taglio che rivela una porzione di pelle, una cintura che segna il punto vita. I primi look sono interamente neri, quasi a voler preparare la retina all’oscurità, per poi lasciare spazio a squarci di colore vivido — rosso fuoco, verde pavone, bordeaux — che emergono come lampi in una notte di temporale.

Ma il punto di congiunzione più profondo tra la visione dello stilista e quella del regista risiede nella trattazione della fragilità. Levinson, nei suoi lavori, è noto per non giudicare i personaggi, per osservarli nelle loro crepe e nelle loro ossessioni con una lente che è al contempo cruda e partecipe. Piccioli, dal canto suo, ha spiegato di essere attratto proprio dall’imperfezione, da quelle “cicatrici” che rendono un individuo unico e reale. Non è un caso, quindi, che tra i nuovi ambasciatori della maison, scelti nelle settimane precedenti allo show, figurino volti come quello di Harris Dickinson, Winona Ryder o del compositore Labrinth, che proprio la colonna sonora di Euphoria ha reso iconico. Persone, ha tenuto a sottolineare Piccioli, non personaggi: individui con storie e rughe, lontani dall’asettica perfezione dei manifesti patinati.

Il cortocircuito visivo voluto dallo stilista e da Levinson non si limita quindi a un vezzo estetico, ma struttura l’intera architettura della sfilata. I capi, nella loro dualità, diventano abitabili proprio come gli stati d’animo dei protagonisti della serie: si passa da cappotti scultorei in nappa che stringono il come un bozzolo protettivo, a capi sportivi in lycra tecnica abbinati a gonne di paillettes, quasi a voler fondere la palestra con il red carpet, l’intimo con l’armatura. Le scarpe, come le décolleté dalla punta “risvoltata” simile a un colletto di camicia, portano la decostruzione sartoriale fino al piede, mentre le borse — su tutte la nuova Le7 e la rivisitazione della City — assumono forme definite ma mai rigide, quasi fossero oggetti vissuti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.