Napoli-Lazio 0-2, il crollo degli azzurri e il silenzio di Conte su De Laurentiis: «Non rispondo in pubblico»
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Redazione Sport
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Sono bastati 496 giorni per rispedire il Napoli all’inferno casalingo del Maradona, un’imbattibilità che cede sotto i colpi di una Lazio cinica e spietata. Il 2-0 firmato dagli ospiti, va detto, racconta solo una parte di una serata che ha visto gli azzurri letteralmente spariti dal terreno di gioco; lo testimoniano i dati, impietosi, che parlano di zero tiri nello specchio della porta nonostante un possesso palla bulgaro toccato anche il 70 per cento. Se c’è stata una scintilla, questa è arrivata solo nella ripresa con i guizzi isolati di Alisson Santos, ma nemmeno l’estro del brasiliano – spesso utilizzato come jolly per sbloccare le partite più dure – è riuscito a scalfire la solida architettura tattica degli avversari.
La mazzata psicologica dopo Parma e l’autocritica del tecnico
Antonio Conte, al termine della gara, non ha cercato alibi, anzi si è assunto le sue responsabilità con un’analisi che rasenta la franchezza più cruda. «Non è stata una buona partita da parte nostra – ha ammesso il tecnico – c’era poca qualità in mezzo al campo e la sensazione, fin dall’inizio, è che avremmo avuto poca energia». Una dichiarazione, quest’ultima, che diventa ancora più pesante se letta come una confessione: forse, il pareggio beffa di Parma ha lasciato ferite più profonde del previsto in uno spogliatoio che sogna di onorare il tricolore prima di consegnarlo all’Inter. Conte stesso ha ipotizzato di non essere riuscito a trasferire la giusta carica, di non aver percepito in tempo quel malessere strisciante che ha trasformato la squadra in un’entità irriconoscibile, incapace di reagire alle ripartenze avversarie e macchinosa in fase di costruzione.
Il caso De Laurentiis e le parole che dividono l’ambiente
L’aspetto più interessante, però, arriva quando il microfono si avvicina per chiedere conto del rapporto con il presidente Aurelio De Laurentiis. Le recenti uscite del patron, che hanno inevitabilmente alimentato le voci su un futuro altrove per l’allenatore salentino, hanno incontrato un muro di gomma. «Quello è un problema del presidente, lui può parlare come vuole – ha tagliato corto Conte – ma io non rispondo in pubblico. Se devo rispondergli, lo faccio in privato». Una frase che, nel suo essere formale e rispettosa delle gerarchie, suona come una bordata secca a chi, dall’esterno, cerca di destabilizzare. Il tecnico ha voluto aggiungere un concetto sul clima che si respira intorno alla piazza: «A Napoli c’è chi aiuta e chi distrugge. Più si sta zitti in queste situazioni, meglio è, perché altrimenti diamo fiato ai tromboni di chi non vuole bene al Napoli».
L’analisi di una prestazione da dimenticare
Sul piano squisitamente tattico, la partita ha mostrato un Napoli “spappolato nell’anima”, per usare la metafora efficace dei quotidiani sportivi. I cosiddetti "Fab Four" (il quartetto dei titolari) sono affondati insieme al resto della baracca, puniti da un centrocampo laziale che ha chiuso ogni varco. Il tecnico ha provato a cambiare volto alla squadra con sostituzioni a inizio ripresa, ma il passaggio a uno schieramento più offensivo non ha portato i frutti sperati. La sensazione, condivisa anche dagli addetti ai lavori, è che questa sia stata la fotografia più nitida dei limiti stagionali della corazzata azzurra: quando mancano le energie mentali, il gioco si sgretola e la qualità decade inesorabilmente. I calciatori sono scesi in campo lenti, prevedibili, e l’unico a salvarsi è stato forse il portiere Milinkovic-Savic, miracoloso su un rigore che avrebbe potuto rendere il passivo ancora più pesante.




