La finale “in” fumo tra Sarri e Chivu, storie di sigarette e coppe
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Redazione Sport
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C’è un filo sottile, azzurro come il fumo che sale lento da una sigaretta, a legare due mondi del calcio che sembrano opposti. Da una parte Maurizio Sarri, il tecnico che ha costruito la sua fama su un calcio ipnotico e su un vizio che ormai è diventato il suo marchio di fabbrica; dall’altra Cristian Chivu, l’ex difensore dal piglio severo, cresciuto tra le arie della grande Inter e oggi alla sua prima, vera sfida da condottiero. Eppure, a tenerli uniti non è solo la finale di Coppa Italia che li vedrà domani sera contrapposti all’Olimpico di Roma – Lazio contro Inter, un classico senza tempo – ma quella piccola, quotidiana trasgressione che sa di antistress e di pausa rubata. La sigaretta, si sa, non guarda in faccia né l’età né la storia: la fuma chi ha vinto tutto, come Chivu, e chi ha inseguito per anni la gloria, come Sarri.
Sarri, la sigaretta e quel siparietto in conferenza
La vigilia della finale ha regalato un momento che, a modo suo, racconta più di tante analisi tattiche. Nel corso della conferenza stampa, Sarri si è lasciato andare a una battuta che ha fatto sorridere i cronisti presenti: “Vorrei andare a fumare…”. Una frase apparentemente banale, quasi un intercalare, che però ha spezzato la tensione di una sala stampa gremita. Perché se c’è una cosa che il tecnico della Lazio non ha mai nascosto – nonostante le divieti e le occhiate moraliste – è il suo legame con le “bionde”. Un vizio vecchio, vissuto spesso negli anfratti segreti degli stadi, da San Siro all’Olimpico, dove Sarri si è spesso appartato per qualche boccata di relax. Un gesto quasi rituale, che lo avvicina a quel calcio artigianale e passionale da cui lui stesso proviene, lontano dai salotti buoni del pallone.
Chivu, il Nadir di un vizio che non fa notizia
Se Sarri rappresenta lo Zenit di questo curioso legame – l’apice della trasgressione palesata, quasi un inno alla normalità – Chivu ne è il Nadir. Il rumeno, difensore elegante e dalla carriera costellata di trofei, ha sempre coltivato lo stesso vizio ma con una discrezione quasi maniacale. L’alone di fumo che li avvolge entrambi, però, non offusca la posta in palio. Per l’Inter di Chivu, subentrato in corsa sulla panchina nerazzurra dopo l’esonero del precedente allenatore, questa finale rappresenta un’occasione per mettere in bacheca il primo trofeo della sua nuova carriera. Per Sarri, invece, è molto di più: un’ancora di salvezza in una stagione piena di difficoltà. La Lazio, va ricordato, ha sofferto per lunghi tratti del campionato, e l’accesso all’Europa League – ormai irraggiungibile tramite la classifica – passa esclusivamente da questa partita.
“Crederci fino alla follia”: l’appello di Sarri alla sua Lazio
Nella conferenza stampa di vigilia, Sarri non ha usato giri di parole. Consapevole che la sua squadra parte sfavorita contro l’Inter – una corazzata con maggiori risorse economiche e tecniche – il tecnico ha puntato tutto sul fattore mentale. “Siamo di fronte a una partita talmente chiara da inquadrare che qualsiasi parola è retorica”, ha esordito. Poi, l’affondo: “Bisogna crederci, fino alla follia”. Non una semplice frase a effetto, ma un’analisi spietata: l’unico modo per sovvertire il pronostico, per Chivu e per la sua squadra, è annullare il gap tecnico con una prova di grande sostanza caratteriale. Lo stesso Sarri, che domani non sarà in panchina a causa di una squalifica, seguirà la partita a distanza, delegando ai suoi collaboratori la gestione a bordo campo. “Se l’atteggiamento mentale sarà lo stesso della partita di campionato di sabato scorso – ha aggiunto senza mezzi termini – l’aspetto tattico va a farsi benedire”. Un modo crudo, diretto, per ricordare a tutti che senza la giusta cattiveria, nessun schema regge.
L’Olimpico e quella coppa che sa di riscatto
Non c’è solo il trofeo, dunque, ma anche un pezzo di futuro. Per la Lazio, vincere significherebbe raddrizzare una stagione altrimenti destinata a chiudersi con un amaro in bocca. Per l’Inter di Chivu, invece, la partita di domani è un banco di prova importante: dimostrare che il cambio in panchina non è stato solo una scelta d’emergenza, ma l’inizio di un ciclo. E mentre il fumo delle sigarette – vere o metaforiche – si disperderà sotto le stelle dell’Olimpico, a restare sarà il respiro pesante dei novanta minuti. Sarri lo sa, Chivu lo sa: le chiacchiere stanno a zero. Conta solo quello che succederà in campo, tra un’azione e l’altra, magari mentre l’arbitro fischia un fallo e qualcuno, chissà, pensa già alla prima boccata dopo la fine della partita.




