Il fermo preventivo scatta a Roma per 91 anarchici. Meloni: “Decreto sicurezza funziona”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È stata una messa in scena annunciata, quasi pedissequa rispetto ai copioni diffusi nei giorni precedenti sui canali digitali dell’area anarchica. Il messaggio, circolato senza ambiguità su siti di riferimento e chat private, invitava a presentarsi “a testa alta” per ricordare Sara Ardizzone e Sandrone – soprannome con cui era noto Alessandro Mercogliano – nel luogo dove i due hanno perso la vita. E ieri mattina, nonostante il divieto espresso della questura, quel raduno si è concretizzato al Parco degli Acquedotti, alla periferia sud-est della Capitale. L’appuntamento, fissato per le 9:30 con l’intenzione dichiarata di portare dei fiori, si è trasformato nell’occasione per il primo, massiccio utilizzo dello strumento del fermo preventivo introdotto dal nuovo decreto sicurezza. Le forze dell’ordine, intervenute in assetto, hanno proceduto all’identificazione di novantuno persone, disponendo nei loro confronti la misura che, di fatto, ne ha impedito la partecipazione all’evento non autorizzato.

Si tratta, per la cronaca, di un’applicazione su larga scala di una norma che solo poche settimane fa era al centro del dibattito politico: il fermo preventivo, concepito per consentire alle autorità di allontanare dalle manifestazioni soggetti ritenuti potenzialmente pericolosi ancor prima che commettano un reato. Nel caso specifico, i novantuno fermati sono stati intercettati mentre si dirigevano o si erano già radunati nel parco per commemorare i due anarchici, la cui morte – avvenuta diciannove giorni fa – è stata causata dall’esplosione di un ordigno che, stando alle ricostruzioni investigative, i due stessi stavano confezionando. Un dettaglio, quest’ultimo, che non ha impedito alla frangia militante del movimento di organizzare una risposta pubblica, sfidando sostanzialmente le disposizioni della questura romana che aveva già classificato l’iniziativa come non autorizzata.

La prima applicazione su larga scala del provvedimento

L’operazione di ieri rappresenta un banco di prova concreto per le misure contenute nel pacchetto sicurezza voluto dall’esecutivo. La scelta della polizia di procedere con il fermo preventivo – e non limitarsi ai classici fogli di via o agli obblighi di presentazione – ha di fatto neutralizzato l’iniziativa prima che potesse degenerare in scontri o occupazioni. Tra i fermati, molti avevano precedenti specifici o erano considerati vicini a realtà considerate ad alto rischio, elementi che hanno giustificato, agli occhi delle autorità, l’attivazione della nuova procedura. Le fasi preliminari dell’operazione hanno visto un ampio dispiegamento di uomini e mezzi nella zona dell’Arco di Travertino e del Parco degli Acquedotti, con posti di blocco che hanno filtrato gli accessi già dalle prime ore del mattino. In questo contesto, i novantuno sono stati condotti negli uffici della questura per gli accertamenti di rito, ricevendo poi il provvedimento che li vincola a non fare ritorno nell’area metropolitana di Roma per un periodo stabilito.

La rivendicazione politica di Giorgia Meloni

A stretto giro, la presidente del Consiglio ha rivendicato l’esito dell’operazione attraverso un post sui social, utilizzando i toni di chi intende legittimare la scelta normativa. “Il fermo preventivo disposto per 91 soggetti dell’area anarchica, ritenuti pericolosi e arrivati a Roma per una manifestazione non autorizzata dalla Questura in memoria dei due anarchici morti il 19 marzo nell’esplosione di un ordigno che stavano confezionando, conferma quanto fosse necessaria questa norma”, ha scritto Meloni, respingendo al contempo le critiche che erano state mosse alla misura durante l’iter parlamentare. Le parole della presidente del Consiglio – che ha voluto sottolineare come il provvedimento “non serve a limitare la libertà di manifestare” – si inseriscono in una strategia di comunicazione volta a presentare l’intervento come un’azione preventiva volta a scongiurare episodi di violenza, piuttosto che come una limitazione generalizzata del dissenso. Una narrazione, quella della premier, che trova il suo fondamento nella dinamica stessa dell’evento: una manifestazione dichiaratamente non autorizzata, promossa da un’area politica che, nel caso specifico dei due morti di via Saponaro, si è trovata a gestire il lutto di militanti deceduti proprio mentre confezionavano un ordigno.

Il nodo giudiziario e il contesto investigativo

Al di là dell’aspetto prettamente politico e dell’applicazione del decreto sicurezza, la vicenda resta profondamente intrecciata con le indagini sulla morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano. I due, la cui scomparsa aveva suscitato inizialmente un’ondata di commozione tra i circuiti antagonisti, sono deceduti il 19 marzo in un’esplosione avvenuta all’interno di un appartamento. Le successive verifiche della polizia scientifica e della procura hanno rapidamente orientato le indagini verso l’ipotesi della manipolazione di materiale esplosivo, scostandosi dall’idea di un incidente domestico banale. È proprio questo substrato investigativo – l’accertamento di un’attività legata al confezionamento di ordigni – che ha fornito agli inquirenti la base per considerare particolarmente rischiosa una commemorazione pubblica organizzata dalle stesse sigle di riferimento. La presenza di novantuno persone fermate non rappresenta soltanto un dato numerico, ma il segnale di una mobilitazione che, secondo le forze dell’ordine, avrebbe potuto ricalcare scenari già visti in passato, con episodi di guerriglia urbana o danneggiamenti. L’utilizzo del fermo preventivo, in quest’ottica, viene descritto dagli apparati di sicurezza come uno strumento che ha permesso di gestire l’emergenza senza attendere che si concretizzassero atti violenti, operando invece nella fase antecedente.

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