Piazza Affari e quel muro di cinquantamila punti tornato a far tremare i tabelloni
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Redazione Economia
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A osservare la curva dei prezzi, si aveva la sensazione di trovarsi di fronte a un vecchio jukebox che, dopo ventisei anni di silenzio, ha deciso di riaccendersi nel momento meno immaginabile. Il FTSE MIB, nella seduta del 14 maggio, ha chiuso a 50.050,26 punti, sfiorando con una distanza di appena 59 lunghezze il massimo storico assoluto di 50.109 punti che risaliva al 6 marzo del 2000. Allora l'indice si chiamava MIB30 e il mercato italiano – è bene ricordarlo – era in preda a quella che sarebbe passata alla storia come la bolla delle dot-com, un vortice speculativo destinato a lasciare sul campo macerie finanziarie per anni. Oggi, invece, la fotografia appare drasticamente mutata; il vento che spinge i listini è di natura diversa, anche se la soglia psicologica dei 50.000 punti rappresenta pur sempre un muro emotivo che per un quarto di secolo è sembrato invalicabile.
L’anatomia di una rimonta lunga due decenni
Per comprendere la portata di questo ritorno, occorre riavvolgere il nastro e guardare alla composizione dell'indice attuale, la quale poco ha a che spartire con quella di inizio millennio. Nel 2000, il destino di Piazza Affari era appeso alle sorti del settore delle telecomunicazioni, con colossi come Telecom Italia e Tim che da soli arrivavano a pesare quasi un terzo dell’intero listino. Quando quella bolla esplose, il tracollo fu brutale: chi aveva scommesso sui titoli tecnologici vide annientarsi i propri risparmi in poche sedute. Oggi, a trainare la rimonta, non sono le società telefoniche – la cui incidenza si è ridotta a una frazione irrisoria – bensì il sistema creditizio, che da solo rappresenta oltre il 37% del paniere. A questi si aggiunge il nuovo protagonismo industriale: gruppi come Stmicroelectronics (in forte rialzo grazie alla corsa dei semiconduttori) e Prysmian hanno letteralmente raddoppiato il loro valore negli ultimi mesi, offrendo a Milano una leva tecnologica che prima non possedeva.
La stretta di mano tra geopolitica e profitti industriali
La seduta del 14 maggio non è stata un fenomeno isolato, bensì il punto di arrivo di una congiuntura favorevole che mescola macroeconomia e bilanci aziendali. Se da un lato le aspettative legate all'intelligenza artificiale hanno alimentato la corsa dei chip, dall'altro lo spread tra Btp e Bund ha fornito un supporto concreto ai titoli bancari: un differenziale sceso in area 73 punti ha alleggerito la pressione sul costo del rischio per istituti come Intesa Sanpaolo e UniCredit, entrambi in netto rialzo. A completare il quadro, il comparto auto ha beneficiato di voci di mercato riguardanti possibili accordi industriali con colossi cinesi, capaci di dare nuova linfa a produzioni europee in cerca di rilancio. Tuttavia, a guardare con la lente d'ingrandimento i volumi, emerge un dato di cautela tecnica: il controvalore degli scambi è risultato in calo rispetto ai giorni precedenti, un segnale che suggerisce come il superamento della soglia sia avvenuto più per slancio speculativo che per un vero e proprio assalto di massa.
La verifica del lunedì e la divergenza tra i titoli
La storia della Borsa insegna che i record raggiunti al venerdì vanno spesso verificati nel corso della settimana successiva, e il caso di Milano non fa eccezione. Nella mattinata del 15 maggio, l'indice ha immediatamente accusato il colpo, rientrando sotto la soglia dei 49.500 punti, trascinato al ribasso proprio dai titoli che più avevano corso nelle sedute precedenti, a cominciare da Stm che ha lasciato sul campo una fetta significativa dei recenti guadagni. Questo movimento non cancella il valore del traguardo toccato – che rimane un fatto statistico oggettivo – ma lo inquadra in una fase di probabile consolidamento. La vera sfida, adesso, non è tanto tornare a vedere la cifra "50.000" lampeggiare sui monitor, quanto riuscire a trasformare quella soglia in un pavimento solido su cui costruire un ulteriore allungo; un compito reso più arduo dallo stacco dei dividendi previsto in calendario e da una struttura di mercato che resta ancora pericolosamente concentrata in poche mani, proprio come accadeva – seppur con protagonisti diversi – un quarto di secolo fa.




