Odissea di Nolan, l’eterno ritorno di Ulisse tra mito e contemporaneità
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Bergamo. Dall’Ulisse di James Joyce, pubblicato nel lontano 1922, a quello interpretato da Mario Camerini sul grande schermo nel 1954, passando per le innumerevoli rivisitazioni musicali e figurative, la cultura contemporanea è letteralmente pervasa da opere che attingono a piene mani dalla tradizione omerica.
Eppure, la domanda che molti si pongono, forse la più affascinante, resta sempre quella: come può un poema composto quasi tremila anni fa, da un Omero di cui non si conosce nemmeno con certezza l’identità storica, continuare a parlare con tanta forza al mondo di oggi? E perché, tra le migliaia di testi e storie prodotte nei secoli, si torna sempre a navigare tra le onde di quest’opera specifica, quasi fosse un porto sicuro per l’immaginario collettivo?
Per provare a gettare luce su questo interrogativo, abbiamo interpellato Mauro Messi, professore di greco e latino al Liceo Classico Paolo Sarpi di Bergamo e referente del gruppo di lettere del liceo, il quale ci ha accompagnato in un ragionamento che intreccia filologia, psicanalisi e attualità cinematografica.
Il ritorno a Itaca e il bisogno di un ordine perduto
Secondo il professor Messi, il fascino esercitato dall’Odissea, e di riflesso dalla nuova trasposizione cinematografica firmata Christopher Nolan, risiede nella sua capacità di raccontare un modo di stare al mondo che sembra essere venuto meno nella nostra epoca. L’Odissea di Nolan, nel far rivivere le avventure del poema, non si limita a una pedissequa riproposizione di eventi epici; essa mette in scena una solidità di pensiero e una prospettiva che, paradossalmente, donano sollievo e speranza allo spettatore contemporaneo, spesso smarrito nelle sabbie mobili del relativismo e del Caos.
Il mondo che il regista americano restituisce sul grande schermo è, prima di tutto, un mondo solido, dove il Bene e il Male non sono categorie fluide o soggettive, ma entità ben definite e riconoscibili. In questo universo narrativo, ogni azione umana genera conseguenze precise e ineludibili, e l’uomo si muove all’interno di un Ordine che non ha creato lui stesso, ma al quale deve necessariamente rapportarsi, pena la propria distruzione o il proprio smarrimento.
Un'appendice ideale al corso sull'Odissea
Questo discorso si inserisce come ideale appendice al corso sull’Odissea organizzato dalla Libera Università dell’Immaginario, un ciclo di incontri che si era concluso lo scorso anno proprio con gli interventi di Messi e di un altro studioso. A caratterizzare quel percorso, e di conseguenza anche le attuali riflessioni, era stata la dialettica tra generazioni e prospettive diverse, vista la differenza d’età tra i due docenti coinvolti. Non sempre le idee coincidevano, e proprio da quel confronto, fatto di punti di vista talvolta divergenti, era emersa una sintesi ricca di spunti.
Oggi, quel dibattito si riaccende intorno alla pellicola di Nolan, che ha il merito di riportare al centro dell’attenzione pubblica quei temi universali che il poema omerico custodisce da millenni, traducendoli in un linguaggio visivo contemporaneo senza però tradirne la profondità filosofica.
L'assenza che parla: la Sicilia e il personaggio cruciale
Come già accaduto per altre grandi produzioni capaci di influenzare l’immaginario popolare, anche l’arrivo di The Odyssey di Christopher Nolan – opera che il regista ha sceneggiato, diretto e coprodotto in prima persona – ha scatenato un vero e proprio tsunami di articoli, interventi, post sui social e video di ogni genere.
Buona parte di questo materiale è frutto di pressioni commerciali e di strategie di marketing, ma una fetta altrettanto rilevante è costituita da reazioni spontanee del pubblico, che si divide tra detrattori accaniti ed entusiastici spettatori pronti a contendersi l’ultima parola sulla grandezza o meno del film. In questo marasma di opinioni, tuttavia, è emerso un dettaglio che ha colpito soprattutto chi conserva il ricordo dello sceneggiato Rai del 1968: l’assenza di un personaggio cruciale.
Al di là dei tagli narrativi inevitabili e delle scelte dettate da esigenze di durata o di ritmo, la mancanza di questa figura, che nella tradizione è fortemente legata alla Sicilia e ai luoghi dello Stretto, appare come un’assenza ingombrante, che lascia spazio a interpretazioni e a un senso di incompiutezza per gli spettatori più attenti ai dettagli mitologici.
Il gorgo di Cariddi e la memoria collettiva
Proprio la memoria visiva dello sceneggiato televisivo, con le sue iconiche scene ambientate alle Eolie, riaffiora nel confronto con la nuova pellicola. Il gorgo di Cariddi, che nelle rappresentazioni classiche rappresentava uno degli ostacoli più temuti dal navigante, diventa qui un simbolo della lotta tra l’uomo e le forze naturali, un tema che Nolan rilegge con la sua consueta maestria tecnica, ma che forse perde qualcosa del suo originario potere evocativo a causa di questa scelta di eliminare il personaggio a esso connesso.
Ogni giorno, più volte al giorno, mi capita di leggere analisi dettagliate e pareri contrastanti su questo fenomeno cinematografico dell’estate, e in molti si soffermano proprio su queste scelte di adattamento. Detrattori ed entusiasti si contendono il campo adducendo ragioni storiche, stilistiche e interpretative, ma il dibattito finisce sempre per ritornare alla radice del problema: la capacità di Omero e dei suoi interpreti moderni di parlare direttamente al nostro inconscio, risvegliando archetipi e paure ancestrali che nessun relativismo culturale è riuscito a cancellare.
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