L’attacco all’Iran è epocale, ma il mondo arabo tace: la guerra di Netanyahu e i suoi riflessi nel Medio Oriente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A dieci giorni dall’attacco israeliano contro l’Iran, il silenzio della regione araba risuona più delle dichiarazioni ufficiali. Yusef Mansour, analista ed ex ministro giordano, ricevuto ieri nel suo ufficio ad Amman, descrive un quadro «destabilizzante», anche se evita di ricorrere a definizioni preconfezionate. «Le dinamiche in gioco sono complesse», osserva, «e il rischio di un’escalation non può essere sottovalutato». Mentre Teheran minimizza i danni, le conseguenze strategiche dell’operazione – la prima diretta contro il cuore della Repubblica Islamica – potrebbero ripercuotersi ben oltre i confini immediati del conflitto.

Tra le vittime dell’offensiva c’è Saeed Izadi, ufficiale dei Pasdaran, eliminato in un appartamento a Qom. Considerato da Israele «uno dei cervelli del massacro del 7 ottobre», Izadi, già sopravvissuto al bombardamento dell’ambasciata iraniana a Damasco, era nel mirino da anni. La sua eliminazione, come quella di altri comandanti, rientra in una strategia di decapitazione delle strutture militari nemiche che Netanyahu persegue senza tregua.

A Gaza intanto, nonostante il nuovo fronte aperto in Iran, la guerra non si placa. Il bilancio dell’ultima settimana, secondo il ministero della Sanità controllato da Hamas, conta altri 430 morti, portando il totale a 57.600. Se Israele contesta i numeri, i media internazionali – basandosi sui precedenti conflitti – tendono a ritenerli attendibili. Quella che era la principale arena del confronto è diventata un «fronte secondario», ma il prezzo in vite umane continua a salire.

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