Fondo norvegese, semestre da record e ingresso in SpaceX: la scommessa di Nicolai Tangen
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il più grande fondo sovrano del mondo, quello norvegese gestito da Norges Bank Investment Management, ha chiuso il primo semestre del 2026 con un rendimento del 9,4% e un utile netto di 1.750 miliardi di corone, equivalenti a circa 184,9 miliardi di dollari, come confermano i dati diffusi in questi giorni. Una performance che rappresenta un record assoluto per i conti semestrali dell'istituto, il quale amministra un patrimonio che a fine giugno aveva raggiunto i 22.683 miliardi di corone, pari a circa 2.300 miliardi di dollari.
A trainare la corsa del colosso scandinavo sono stati in particolare i titoli tecnologici asiatici e statunitensi, con il settore dei semiconduttori in prima linea, tanto che lo stesso amministratore delegato, Nicolai Tangen, ha sintetizzato il motore di questa crescita con un’espressione che lascia poco spazio a interpretazioni: “Chip, chip, chip, chip”.
Non sono mancate, tuttavia, anche le sorprese, a partire dall’inedita partecipazione in SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, di cui il fondo ha rivelato di possedere lo 0,05% del capitale per un valore di poco superiore a 1,2 miliardi di dollari.
Il colosso da 2.300 miliardi e l’ingresso silenzioso in SpaceX
La decisione di rendere pubblica la quota in SpaceX è arrivata proprio in concomitanza con la diffusione dei risultati semestrali, gettando una luce inedita sulle mosse del gigante norvegese. La posizione, fino a quel momento mai comunicata ufficialmente, segna un ulteriore passo del fondo nell’universo delle imprese guidate da Elon Musk, dal momento che Norges Bank Investment Management è già azionista di Tesla con una partecipazione che vale circa 15,7 miliardi di dollari.
La cifra investita in SpaceX, per quanto cospicua, risulta in realtà piuttosto contenuta se paragonata ad altre partecipazioni del fondo, come quella in Nvidia che da sola vale 61,8 miliardi di dollari, o quella in Apple, stimata in 52,7 miliardi. Nonostante le dimensioni relativamente modeste dell’investimento, la sua portata simbolica è notevole, considerati i rapporti non sempre idilliaci tra il fondo norvegese e il magnate sudafricano.
Il rapporto tra Norges Bank Investment Management e Musk è stato infatti segnato da alcune frizioni pubbliche negli ultimi anni, in particolare in merito ai maxi-pacchetti retributivi dell’amministratore delegato di Tesla. Nel 2024 il fondo votò contro il compenso da 56 miliardi di dollari e, successivamente, bocciò anche il nuovo piano da migliaia di miliardi durante l’assemblea degli azionisti del 2025, sollevando preoccupazioni legate alla diluizione delle azioni e al cosiddetto rischio “key person”, ovvero l’eccessiva dipendenza dell’azienda da una singola figura.
A rendere ancora più tesi i rapporti era stato un messaggio di Musk, reso pubblico grazie alle leggi norvegesi sulla libertà d’informazione, in cui il fondatore di Tesla scriveva: “Quando ti chiedo un favore, cosa che faccio molto raramente, e tu rifiuti, allora non dovresti chiedere tu un favore a me fino a quando non avrai fatto qualcosa di più che niente per rimediare. Gli amici si giudicano dai fatti”.
Nonostante questo scambio, la scelta di investire in SpaceX dimostra come la logica del profitto e la necessità di seguire indici di riferimento abbiano avuto la meglio sulle divergenze personali e di governance.
I segreti di un semestre da record: chip e mercati asiatici
Per comprendere appieno i numeri da capogiro fatti registrare da Norges Bank Investment Management nei primi sei mesi dell’anno, è necessario analizzare la composizione del portafoglio e le scelte strategiche dei suoi gestori. La performance complessiva del 9,4% è stata trainata in modo schiacciante dagli investimenti azionari, che rappresentano alla data del 30 giugno il 72,1% del patrimonio totale del fondo e che hanno registrato un rendimento del 13%.
Questo slancio, come ha più volte sottolineato lo stesso Nicolai Tangen in occasione della presentazione dei risultati, è stato alimentato dagli ottimi rendimenti dei mercati azionari, con un ruolo da protagonista assegnato ai titoli tecnologici asiatici.
Tra i principali artefici della crescita figurano nomi noti come Samsung, SK Hynix, il gigante taiwanese Tsmc, l’olandese Asml e l’americana Intel, tutte società che hanno beneficiato del rally del settore dei semiconduttori. Il percorso non è stato però lineare: dopo un primo trimestre segnato da una flessione delle partecipazioni azionarie del 2,6%, il secondo trimestre ha registrato un vigoroso recupero del 15,98%, che rappresenta il miglior risultato trimestrale degli ultimi sei anni.
Questo rimbalzo, oltre a confermare la natura ciclica dei mercati, ha permesso al fondo di superare il proprio indice di riferimento di 22 punti base, dimostrando una capacità di generare valore aggiunto anche in un contesto di forte turbolenza. Altrettanto significativo è il dato relativo agli afflussi netti, che nel semestre sono ammontati a 89 miliardi di corone, sebbene l’apprezzamento della corona norvegese rispetto alle principali valute abbia ridotto il valore complessivo del fondo di 427 miliardi di corone.
L’avvertimento di Tangen: uno scenario da Grande Depressione
In un contesto di risultati finanziari così brillanti, appare quasi paradossale l’avvertimento lanciato da Nicolai Tangen in occasione di una conferenza politica ad Arendal, nel sud della Norvegia. L’amministratore delegato di Norges Bank Investment Management, infatti, ha voluto mettere in guardia i cittadini e i contribuenti norvegesi, affermando che l’intero patrimonio del fondo, il più grande del mondo, potrebbe in teoria subire una perdita improvvisa e talmente pesante da sparire del tutto.
Una dichiarazione che, seppur formulata in termini di possibilità teorica, ha scosso l’opinione pubblica e sollevato interrogativi sulla reale solidità del modello economico basato sulla gestione delle rendite petrolifere. “Può il fondo petrolifero scomparire? La risposta è sì.
E la parte peggiore è che, nel mondo in cui viviamo oggi, non è del tutto improbabile”, ha dichiarato Tangen, elencando una serie di scenari estremi che potrebbero minacciare il patrimonio, tra cui una guerra nucleare, atti di bioterrorismo e una depressione economica prolungata causata dallo scoppio di una “bolla dell’IA” e da una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.
Tangen ha inoltre tracciato un inquietante parallelo con gli anni che precedettero la Grande Depressione del 1929, sottolineando come l’attuale fase di crescita sia stata favorita da un contesto di tassi d’interesse bassi e inflazione ridotta, condizioni che definisce “anormali” e che non possono essere date per scontate per il futuro.
Il manager norvegese ha poi ricordato come, nonostante le tensioni geopolitiche e le perturbazioni delle catene di approvvigionamento, i mercati abbiano dimostrato una resilienza inaspettata, grazie anche all’adattamento delle aziende che hanno diversificato i propri fornitori.
Il suo messaggio, dunque, non va interpretato come una previsione catastrofista, ma piuttosto come un monito a non abbassare la guardia: la ricchezza accumulata, che oggi finanzia circa un quarto della spesa pubblica norvegese, è esposta a rischi sistemici e una crisi di quelle proporzioni potrebbe cancellare almeno l’80% del valore degli investimenti azionari.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
