Jay Kelly, il viaggio di Clooney tra Hollywood e l'umanità fragile

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Noah Baumbach, regista noto per le sue storie introspettive e dai dialoghi affilati, consegna con "Jay Kelly" un'opera che, sebbene non possa definirsi innovativa nel suo impianto concettuale, si distingue per un'analisi del mito hollywoodiano tanto elegante nella forma quanto, a tratti, sorprendentemente superficiale nella sua essenza più profonda. Il film, presentato in concorso all'82ª Mostra del Cinema di Venezia, costruisce infatti un contraltare dal cuore d’oro ma dai piedi di balsa, riecheggiando non solo il tono di "Babylon" di Chazelle ma anche atmosfere di pellicole ben più datate come il lancinante "Il grande coltello" di Aldrich, pur trasudando, in fin dei conti, quel "netflixismo" contemporaneo che tende a glorificare l'aura dell'ultima star classica, in questo caso George Clooney.

La trama, un viaggio picaresco e personale, segue le vicende di una star del cinema il cui nome, Jay Kelly, cela appena un alter ego dello stesso Clooney, i cui contorni – quelli del personaggio e quelli dell'attore – coincidono con una precisione quasi meticolosa. Attorno a questo Dna narrativo, costruito su un fascino sfacciato e una simpatia finemente irresistibile, Baumbach dipana una storia che, pur gradevole, risulta persino meno incisiva di quella vissuta dal personaggio di Adam Sandler in "Hustle", altro prodotto di casa Netflix. Fare un film su una star, del resto, non è un'idea nuova, come dimostrano pellicole quali "Notting Hill", "È nata una stella" o "C'era una volta a... Hollywood", e "Jay Kelly" non ambita a stravolgerne le regole.

La geografia emotiva del racconto si articola tra Los Angeles e la Toscana, i cui paesaggi maestosi e intrisi di luce diventano lo specchio di un tormento interiore che, tuttavia, fatica a trovare una risonanza autenticamente profonda nello spettatore. La regia, curatissima nell'estetica, accompagna lo sguardo attraverso location che sono più di un semplice sfondo, tentando di tradurre in immagini il conflitto tra il glamour hollywoodiano e la fragilità umana del protagonista.

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