Dzeko e l'addio alla Fiorentina: "A Parma Vanoli non mi fece entrare, lì capii che era finita. Poi il messaggio allo Schalke"
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Redazione Sport
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La stagione di Edin Dzeko in viola, lo si era capito sin da subito, non avrebbe lasciato un ricordo indelebile nei cuori dei tifosi della Fiorentina, un'esperienza anonima che si è conclusa dopo appena sei mesi e con un bottino di reti in campionato fermo allo zero, un dato quest'ultimo che fotografa impietosamente un rapporto mai realmente decollato. Ma ad emergere, ora, sono i retroscena di quei difficili mesi trascorsi a Firenze, e lo fanno attraverso le parole dirette del diretto interessato, il quale ha rotto il silenzio in una lunga intervista rilasciata al quotidiano tedesco Bild, gettando luce su una frattura con l'allenatore Paolo Vanoli che appare ormai insanabile sin da quel lontano pomeriggio di fine dicembre al Tardini di Parma. L'attaccante bosniaco, oggi idolo indiscutibile dello Schalke 04 e trascinatore della squadra in Bundesliga 2 con una valanga di gol e assist, ha raccontato come la scintilla che ha portato alla sua partenza si sia innescata proprio durante quella sfida cruciale contro quella che lui stesso definisce una squadra candidata alla retrocessione, un crocevia fondamentale per le sorti della sua ex squadra. Ero in panchina, ha spiegato Dzeko ricostruendo quei momenti, e dopo l'intervallo i viola erano finiti in svantaggio; lui si stava riscaldando, in attesa di una chiamata che però non è mai arrivata. Pochi minuti prima del fischio finale, Vanoli ha optato per una sostituzione, ma non certo per inserire una punta di peso e esperienza come lui, bensì per avvicendare un difensore con un altro, un cambio che al bosniaco è apparso come un segnale inequivocabile, la certificazione di una fiducia ormai venuta meno e di una gerarchia che lo vedeva ai margini del progetto. È in quell'istante, ha confessato l'attaccante, che ho capito che non poteva andare avanti così, un pensiero fisso che lo ha portato, subito dopo il match, a contattare il suo agente per comunicargli la volontà irremovibile di cambiare aria già nella finestra invernale di calciomercato.
Dal rifiuto di Parma all'autoconvinzione: la genesi dell'addio
La decisione, maturata in quel pomeriggio emiliano, non è stata certo impulsiva, ma piuttosto il frutto di una lunga e sofferta riflessione interiore che Dzeko ha voluto condividere nei dettagli. Il giorno dopo la partita, ha proseguito il bosniaco nel suo racconto, c'è stato il pranzo con il resto della squadra, un momento di convivialità al termine del quale lui si è ritrovato da solo in sala, a pensare. È lì, in quella solitudine carica di interrogativi, che ha cominciato a chiedersi cosa volesse realmente dalla sua carriera, quali fossero i suoi bisogni più profondi a livello professionale ed emotivo. La risposta, forse anche per lui sorprendentemente nitida, è stata che aveva bisogno di ritrovare uno stadio caldo, passionale, capace di trascinarlo con il suo rumore e il suo tifo, un club che potesse farlo innamorare di nuovo del gioco, che potesse motivarlo dall'interno. E in quel preciso frangente, quasi per un'improvvisa folgorazione, gli è tornato in mente lo Schalke 04, un nome che evidentemente aveva lasciato un segno nel suo immaginario e che rappresentava esattamente quel tipo di dimensione calcistica, fatta di tradizione operaia e tifo viscerale. Senza pensarci due volte, ha preso il telefono e ha scritto un messaggio al suo caro amico e connazionale Nikola Katic, difensore proprio del club di Gelsenkirchen, chiedendogli, con disarmante semplicità, se per caso avessero ancora bisogno di un attaccante. Katic lo ha richiamato immediatamente, proponendosi di metterlo in contatto con l'allenatore Miron Muslic, un'offerta che Dzeko ha accolto con entusiasmo, dando così il via a una trattativa che si è concretizzata in tempi record, spinta dalla sua volontà ferrea di lasciarsi alle spalle l'anonimato fiorentino.
Il riscatto in Germania e la replica a distanza di Vanoli
L'impatto del "Cigno di Sarajevo" con la realtà dello Schalke, va detto, è stato letteralmente devastante e di quelli che non lasciano spazio a interpretazioni: in poche presenze ha già messo a segno una serie di reti e fornito altrettanti assist ai compagni, diventando in breve tempo il faro offensivo di una squadra che, forte anche del suo contributo, ha scalato la classifica fino a occupare il primo posto, alimentando il sogno di un pronto ritorno nella massima serie tedesca. Per realizzare questo trasferimento, come lo stesso giocante ha tenuto a sottolineare, ha rinunciato a proposte economicamente ben più sostanziose, dimostrando come la motivazione principale fosse tutt'altra, fosse cioè la ricerca di quel pathos e di quella centralità nel progetto che a Firenze gli erano venuti a mancare. Un assist, quello fornito involontariamente da Vanoli con la sua gestione, che Dzeko ha trasformato in un gol vincente per la propria carriera, ritrovando quel sorriso e quella vena realizzativa che sembravano smarriti per sempre sotto le rive dell'Arno. Alle parole del bosniaco, naturalmente, non è potuta mancare una replica da parte dell'allenatore della Fiorentina, il quale, interpellato in conferenza stampa al termine di una partita europea, ha inizialmente glissato, dichiarando di non aver letto né sentito le dichiarazioni del suo ex giocatore, nascosto dietro il paravento dei troppi pensieri per la testa e della difficoltà a seguire persino i propri figli. Una risposta, la sua, che sembra voler chiudere frettolosamente un capitolo, ma che non cancella i fatti: un attaccante del calibro di Dzeko, pagato e portato a Firenze con grandi aspettative, è stato di fatto messo ai margini e lasciato partire a metà stagione, per poi esplodere altrove, sollevando più di un interrogativo sulle reali dinamiche interne allo spogliatoio viola e sulle valutazioni tecniche del suo allenatore, in una stagione comunque deludente per l'intera squadra.




