Il Napoli e il nodo stadio: De Laurentiis punta sulle plusvalenze e vola negli Usa

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   La conferenza stampa di presentazione dei ritiri estivi, che si svolgeranno come da tradizione a Dimaro Folgarida e a Castel di Sangro, è stata l’occasione per Aurelio De Laurentiis – il quale, nel frattempo, ha spiccato il volo da Fiumicino alla volta degli Stati Uniti per assistere ad alcune partite dei Mondiali – per tornare a caricare a testa bassa contro il Comune di Napoli.

Il patron, che ha già declinato una maxi-offerta da circa due miliardi di euro da parte di un pool di investitori italo-statunitensi, ha definito “ridicolo” l’attuale regime di concessione del Diego Armando Maradona, lamentando di poterne usufruire sostanzialmente solo il giorno delle partite. Ma dietro le parole, spesso volubili, di De Laurentiis si cela una scelta industriale precisa e, a suo dire, ineluttabile: la sopravvivenza ad alti livelli del club passerà per la valorizzazione del parco giocatori e non per costosi investimenti in mattoni.

Il modello economico virtuoso delle plusvalenze

L’analisi condotta dalla stampa specializzata, e in particolare dalle ricostruzioni firmate da Marco Azzi su Repubblica, dipinge un futuro del club molto lontano dal sogno di uno stadio di proprietà. De Laurentiis, che ha recentemente rilevato Hojlund e Alisson Santos, sembra intenzionato a replicare il modello economico che in passato ha portato nelle casse del club le plusvalenze milionarie derivanti dalle cessioni di Cavani, Higuain e Lavezzi.

“Riproporre il modello basato sulla compravendita dei calciatori – avrebbe spiegato il presidente – è una scelta necessaria e anche virtuosa”. Si tratta, in sostanza, di un ritorno al passato dopo una breve parentesi di investimenti su profili di spessore come Lukaku e De Bruyne, una strategia che mira a generare utili direttamente dal trading calcistico.

Questa filosofia lascia intendere che, per il momento, non ci siano margini di trattativa né per la ristrutturazione del Maradona né per la costruzione di un impianto ex novo, nonostante i competitor come Inter, Milan e Roma puntino proprio sulle infrastrutture moderne per colmare il gap con l’Europa.

Il fronte giudiziario e la guerra sui concerti

A complicare ulteriormente il quadro, già teso di suo, ci pensano le cronache giudiziarie. De Laurentiis è finito sotto indagine per abuso edilizio in relazione alla realizzazione di un punto ristoro all’interno della tribuna autorità dello stadio Maradona.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti – che hanno proceduto al sequestro della struttura il 13 maggio, convalidato dal gip il 18 maggio – i lavori sarebbero stati eseguiti in assenza del necessario titolo edilizio; la società, tramite il direttore dei lavori, ha invece esibito una delibera comunale del settembre 2025 che autorizzava nuove aree hospitality, ma il giudice ha chiarito che un nulla osta politico “non assume valore di titolo edilizio”.

A questo si aggiunge la questione logistica legata ai “maledetti concerti”, come li ha definiti lui stesso: il calendario fitto di eventi musicali all’aperto che costringe il Napoli a giocare la prima partita del prossimo campionato in trasferta per dare il tempo di rizollare il prato del Maradona.

La via americana e lo stallo infrastrutturale

Il viaggio negli Stati Uniti, ufficialmente motivato dalla volontà di assistere ai Mondiali in programma, potrebbe però nascondere ben altre insidie. Sebbene fonti ufficiali escludano incontri ravvicinati con i potenziali acquirenti – la società non è formalmente in vendita nonostante l’offerta di 2 miliardi del fondo Underdog Global Partners – De Laurentiis non ha mai smesso di flirtare con il mercato nordamericano.

La questione del centro sportivo, che il presidente liquida come “nessun problema” in attesa di una conferenza dedicata, sembra procedere a rilento rispetto alle ambizioni iniziali.

Lo stallo sul rinnovo della concessione – il Napoli versa un canone maggiorato di quasi 30mila euro per le hospitality ma l’impianto resta di proprietà comunale – continua a rappresentare il vero tallone d’Achille economico, uno scoglio contro cui si infrangono i sogni di grandeur della società azzurra, costretta a fare i conti con una forbice di ricavi da stadio sempre più ampia rispetto alle big che possiedono un impianto tutto per sé.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.