PlayStation, l'ex dirigente approva lo stop ai dischi: "Passaggio inevitabile, ma attenzione ai rischi"
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La scelta di Sony di interrompere la produzione di copie fisiche dei videogiochi per PlayStation, a partire da gennaio 2028, continua a tenere banco nel dibattito pubblico e tra gli addetti ai lavori. A gettare ulteriore benzina sul fuoco, seppur con un endorsement di peso, ci ha pensato Gordon Thornton, ex dirigente di Sony Interactive Entertainment per quasi diciotto anni fino al 2022.
Thornton ha rotto il silenzio per definire la transizione verso il solo formato digitale non come una semplice strategia aziendale, bensì come un'evoluzione "inevitabile" dell'intero settore, uno snodo storico che prima o poi tutte le piattaforme avrebbero dovuto affrontare. Le sue dichiarazioni arrivano in un momento particolarmente delicato per l'azienda nipponica, già sotto la lente d'ingrandimento delle autorità di regolamentazione e nel mirino di una fronda di consumatori che non intende assistere passivamente alla scomparsa del supporto fisico.
La denuncia in Messico e il rischio Antitrust
Mentre Thornton pronostica un futuro senza plastica e silicio nei lettori ottici, la politica messicana si prepara a muovere i primi passi formali contro il colosso giapponese. La deputata federale Iraís Reyes e il senatore Luis Donaldo Colosio Riojas, entrambi esponenti del partito Movimiento Ciudadano, hanno annunciato l'intenzione di presentare una denuncia alla Commissione Nazionale Antimonopolio del Messico.
I due parlamentari, che hanno precisato di agire a titolo personale in veste di cittadini e consumatori di videogiochi, intendono sollevare il tema delle possibili pratiche anticoncorrenziali che potrebbero scaturire dall'azzeramento dell'offerta fisica.
Il nodo centrale della futura contestazione riguarda la posizione dominante che PlayStation detiene nel mercato: se il PlayStation Store dovesse diventare l'unico canale di distribuzione per i titoli next-gen, la libertà di scelta per l'utente verrebbe meno, così come la possibilità per i rivenditori indipendenti di fare concorrenza sui prezzi e sulle promozioni.
La posizione dell'Unione Europea: scelta commerciale o abuso di posizione?
A distanza di settimane dalle prime indiscrezioni, anche l'Unione Europea ha dovuto prendere posizione, seppur con un approccio prudente e sfumato. Il commissario europeo per la Protezione dei consumatori, Michael McGrath, ha chiarito che per Bruxelles la decisione di Sony di abbandonare i dischi rientra attualmente nella sfera della libera scelta commerciale, un aspetto su cui l'esecutivo comunitario non ha titolo per intervenire direttamente né per imporre un dietrofront all'azienda.
Tuttavia, lo stesso McGrath ha posto un'importante condizionale: qualora il PlayStation Store diventasse di fatto l'unico canale di accesso ai videogiochi per la piattaforma, la questione acquisirebbe una rilevanza giuridica completamente diversa. In quel caso, si aprirebbe il vaso di Pandora dei problemi legati alla concorrenza, all'abuso di posizione dominante e, soprattutto, alla gestione delle licenze digitali, un terreno minato su cui la Commissione europea ha già dimostrato in passato di voler vigilare con attenzione.
Trecentomila firme e la rabbia dei rivenditori
Mentre le istituzioni valutano i margini di intervento, il fronte del dissenso popolare si è già mobilitato in maniera corposa. Una petizione online, lanciata nelle scorse settimane per chiedere a Sony di fare marcia indietro, ha superato quota 300.000 firme, un numero che testimonia quanto il legame emotivo e pratico con il supporto fisico sia ancora radicato in una fetta consistente della fanbase.
A sostenere le ragioni dei firmatari si è schierata anche l'Entertainment Retailers Association, che ha duramente criticato la mossa di Sony, definendola miope e dannosa per un intero ecosistema di piccoli negozi e catene di distribuzione che rischiano di vedere azzerato il loro modello di business.
I rivenditori temono che la progressiva scomparsa dei dischi porti a un irrigidimento dei prezzi, con gli utenti costretti a sottostare alle logiche dei singoli store digitali e alla loro politica di sconti, spesso meno trasparente e meno aggressiva rispetto alla concorrenza tra punti vendita fisici.
L'inevitabilità secondo un ex insider
Nonostante le proteste e le inchieste, la convinzione di chi ha vissuto dall'interno le dinamiche decisionali di Sony sembra essere quella di un'evoluzione ormai irreversibile. L'ex dirigente Gordon Thornton ha voluto sottolineare come la transizione al digitale non rappresenti un'eccezione, ma una tappa obbligata che l'industria dei videogiochi, al pari di altri settori dell'intrattenimento, è destinata a percorrere.
Le sue osservazioni, però, non si sono limitate a una benedizione della strategia aziendale: Thornton ha ammonito sul fatto che un cambiamento epocale come quello prospettato debba essere accompagnato da garanzie per i consumatori, soprattutto in termini di proprietà del software e di possibilità di rivendita. Il rischio, secondo l'ex manager, è che la comodità del download si trasformi presto in una trappola per i giocatori, i quali si troverebbero a possedere solo licenze temporanee di utilizzo, senza alcun diritto reale sul prodotto acquistato.
Un monito che arriva dall'interno e che aggiunge un ulteriore livello di complessità a un dibattito destinato a infiammarsi nei prossimi mesi, in attesa di capire se le autorità antitrust e le pressioni popolari riusciranno a scalfire le certezze del colosso giapponese.




