Aggressione antisemita alla stazione di Milano, il gip: "Resti in carcere"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Un episodio di violenza antisemita, che ha colpito un gruppo di turisti americani di fede ebraica ortodossa, si è consumato nel pomeriggio del 10 novembre nei pressi della banchina 8 della Stazione Centrale di Milano, dove i giovani, in attesa di un treno, sono stati aggrediti verbalmente e fisicamente da un uomo. L'aggressore, un cittadino pachistano di venticinque anni senza fissa dimora e residente in Italia da tre, è stato tratto in arresto dagli agenti della Polfer intervenuti sul posto; uno dei turisti, un venticinquenne, è stato colpito alla testa con un anello, riportando una ferita lacero-contusa che ha reso necessario il ricovero in ospedale, seppur in condizioni non gravi.

L'ammissione delle colpe e le frasi d'odio

Dinanzi al giudice, il giovane ha ammesso senza remore quanto gli veniva contestato, riconoscendo non solo i gesti violenti ma anche le minacce e le offese di matrice razziale, che ha pronunciato in lingua italiana. Tra gli insulti urlati, come emerso dagli atti, figurano espliciti riferimenti all'origine religiosa delle vittime, con espressioni quali "ebrei di m..." e la minaccia "voi ammazzare i bambini e io vi ammazzo", a cui si sono aggiunte, secondo la ricostruzione della vittima, grida di sostegno verso Gaza, a segnare un chiaro movente politico e di intolleranza religiosa che ha plasmato l'intera aggressione.

La decisione del gip e la gravità riconosciuta

La giudice per le indagini preliminari Sofia Fioretta, nel giudizio di direttissima, ha quindi disposto la convalida dell'arresto e la custodia cautelare in carcere per l'imputato, sottolineando nella motivazione del provvedimento "la gravità della condotta, per l'efferatezza e la totale assenza di resipiscenza". La misura, che arriva a poche ore dal fatto, riflette la percezione di un pericolo connesso a un atto considerato particolarmente violento e radicato in un odio ideologico, tanto da spingere l'autorità giudiziaria a privilegiare la custodia in carcere rispetto a misure alternative meno severe.

Il quadro accusatorio e le dinamiche processuali

L'accusa formalmente contestata è quella di lesioni personali aggravate dall'odio razziale e religioso, un'aggravante che, se confermata, inasprisce significativamente la posizione dell'indagato. L'udienza, come spesso accade in riti così celeri, è stata di brevissima durata, concentrandosi sugli elementi essenziali del caso e sulla ammissione di responsabilità da parte del pakistano, il quale, pur confermando i fatti, non ha fornito alcuna spiegazione spontanea sul movente profondo del suo gesto, poiché non sollecitato in tal senso durante il dibattimento.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.