È morto Yoshihisa Kishimoto, il padre di “Double Dragon” che rivoluzionò i picchiaduro
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Redazione Scienza e Tecnologia
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L’industria dei videogiochi, e in particolare quella legata alle sale giochi degli anni Ottanta e Novanta, deve affrontare la perdita di una delle sue menti più creative: Yoshihisa Kishimoto, il game designer che diede vita a serie iconiche come Kunio-kun e Double Dragon, si è spento all’età di 64 anni. La notizia, che arriva con qualche giorno di ritardo rispetto alla data del decesso avvenuto il 2 aprile 2026, è stata diffusa dalla famiglia attraverso i canali social ufficiali dedicati alla sua creatura più longeva, Kunio-kun, dove il figlio dell’autore ha voluto esprimere la propria gratitudine per il supporto ricevuto dai giocatori nel corso dei decenni, offrendo al contempo la propria disponibilità a fornire ulteriori dettagli a chiunque ne facesse richiesta.
Gli esordi in Data East e la svolta estetica nei cabinati
Prima di rivoluzionare il genere dei picchiaduro a scorrimento, la carriera di Kishimoto si era sviluppata all’ombra dei primi grandi successi arcade, con un percorso iniziato presso la software house Data East. In quella fase, l’autore si dedicò a produzioni ibride che mescolavano animazione e interazione, lavorando a titoli come Cobra Command e Road Blaster; si trattava di giochi che sfruttavano la tecnologia Laserdisc per offrire sequenze animate di alta qualità, un'esperienza che affinò la sua sensibilità visiva e ritmica. Fu tuttavia il passaggio alla Technos Japan, avvenuto successivamente, a segnare una svolta decisiva per la sua carriera e per la storia dei videogiochi: lì, Kishimoto diresse Nekketsu Kouha Kunio-kun (conosciuto in occidente come Renegade), un titolo che gettò le basi per quello che sarebbe diventato lo standard del genere, introducendo meccaniche di combattimento a corpo in ambienti urbani che sarebbero state ampiamente replicate in seguito.
L’eredità di “Double Dragon” e il perfezionamento del genere
Se Renegade rappresentò l’embrione del genere, fu con Double Dragon (1987) che Kishimoto portò il picchiaduro a scorrimento a una maturità espressiva senza precedenti. Il gioco, che raccontava la vicenda dei fratelli Billy e Jimmy Lee intenti a salvare la fidanzata Marian dalla banda dei Black Warriors, introdusse elementi destinati a diventare pilastri del settore: la possibilità di impugnare armi improvvisate come mazze da baseball e coltelli, la collaborazione in modalità cooperativa e un level design studiato per alternare combattimenti in strada a pericolosi ambienti come le officine e le fortezze nemiche. L’influenza delle arti marziali, e in particolare del cinema di Bruce Lee, si riverberava in ogni animazione del gioco, conferendo un realismo dinamico che mancava ai titoli più statici dell’epoca. Il successo fu tale che il franchise generò numerosi seguiti e trasposizioni, non solo sulle console domestiche come NES e SNES, ma anche in merchandising e trasposizioni mediatiche, consolidando lo standard per tutti i picchiaduro che sarebbero venuti dopo.
La carriera solista e l’ultimo saluto attraverso i social
Negli anni successivi, dopo aver lasciato la Technos Japan, Kishimoto intraprese la strada del freelance operando sotto il nome commerciale di "Plophet", una scelta che gli permise di distaccarsi dalla serialità dei marchi che lo avevano reso celebre per dedicarsi a consulenze e progetti più personali, tornando sporadicamente a curare i suoi vecchi capolavori, come dimostra la sua partecipazione alla direzione di *Double Dragon IV* nel 2017. La comunicazione del decesso, affidata al figlio Ryubo attraverso brevi messaggi pubblicati sui social network in risposta ai profili ufficiali delle saghe, ha mantenuto un tono raccolto e dignitoso, ringraziando gli appassionati per l'affetto mostrato nel corso degli anni e chiedendo loro di continuare a godere delle opere del padre con un sorriso, senza aggiungere dettagli morbosi sulle circostanze della dipartita. Un funerale privato, come specificato nelle stesse note, ha già avuto luogo ristretto all’ambito familiare, chiudendo così il sipario su una carriera che ha segnato in modo indelebile l’intrattenimento interattivo.




