Trump torna a puntare sulla Groenlandia: strategia artica o mera provocazione?
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Redazione Esteri
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Non è la prima volta che Donald Trump, l’ex e forse futuro inquilino della Casa Bianca, rivolge lo sguardo verso la Groenlandia, l’immenso territorio artico sotto sovranità danese. Ma la recente intervista rilasciata al podcaster Vince Coglianese, in cui ha ribadito con toni perentori che gli Stati Uniti «hanno bisogno» di quell’isola, ha riacceso polemiche e interrogativi. «È una questione di sicurezza, difensiva e offensiva», ha dichiarato, senza però chiarire come intendesse procedere. Un approccio che, se da un lato può apparire come una mossa calcolata per testare le reazioni internazionali, dall’altro sembra rispecchiare una visione strategica ben precisa.
La Groenlandia, con le sue ingenti risorse naturali – dal petrolio ai minerali rari – e la posizione geografica chiave per il controllo delle rotte artiche, rappresenta un obiettivo appetibile per Washington. Lo scioglimento dei ghiacci, accelerato dal cambiamento climatico, ha reso la regione sempre più accessibile, trasformandola in un teatro potenziale di competizione globale. E Trump, che già durante il suo mandato aveva proposto l’acquisto dell’isola (offerta respinta con sarcasmo dalla Danimarca), sembra non aver abbandonato l’idea. Anzi, ha aggiunto che, se necessario, gli Stati Uniti potrebbero agire «con la forza», pur preferendo una soluzione pacifica.
A complicare il quadro c’è la visita del vicepresidente J.D. Vance in Groenlandia, presentata ufficialmente come un’occasione per rafforzare i legami culturali – con tanto di partecipazione a una gara di slitte trainate da cani – ma che molti interpretano come un tentativo di sondare il terreno. Vance, che ha criticato Copenaghen per gli scarsi investimenti nell’isola, ha suscitato malumori nel governo danese, il quale ha definito «inaccettabili» certi toni.




