Giorgia Meloni da Fedez e la metafora del cancro: la strana campagna per il referendum sulla giustizia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre il Paese si appresta a recarsi alle urne per il referendum sulla riforma della giustizia, la campagna elettorale assume i contorni di una comunicazione quanto mai stratificata, capace di spaziare dai set dei podcast più seguiti dai giovanissimi fino alle piazze del comizio più tradizionale, dove talvolta il lessico politico sfocia in metafore aggressive e discusse. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di rivolgersi a un elettorato spesso distante dai canali ufficiali dell'informazione politica, sedendosi al tavolo di Pulp Podcast, il format condotto da Fedez e Mr. Marra la cui puntata, registrata nella Capitale, andrà in streaming giovedì 19 marzo, a ridosso del silenzio elettorale. Un'operazione, questa, che mira a portare il messaggio del "Sì" in una dimensione culturale diversa, lontana dai palazzi della politica, cercando di scardinare l'idea che la consultazione rappresenti un plebiscito sul suo esecutivo. “Non si vota sulla Meloni”, ha tenuto a sottolineare la premier nel corso dell'intervista, “si vota sulla giustizia”, nel tentativo di spostare l'asse del dibattito dal piano della fiducia politica a quello del merito di una riforma complessa e tecnica.

La scelta di Fedez, figura che in passato aveva incrociato più volte la lama della polemica con l'attuale maggioranza, rappresenta un azzardo comunicativo non privo di risvolti interessanti. Il mondo del web e dei podcast, d'altronde, è ormai un terreno di conquista per chiunque voglia intercettare un consenso che i talk show tradizionali faticano a trattenere. Gli stessi conduttori, consapevoli delle critiche che piovono da ogni fronte, hanno rivendicato la loro terzietà mostrando gli screenshot delle mail con cui avrebbero invitato, senza successo, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte; la prima avrebbe declinato l'offerta, il secondo non avrebbe mai risposto. Un tentativo, quello di allargare il confronto, che nella narrazione del podcast serve a certificare la volontà di fare informazione plurale, sebbene poi l'attenzione mediatica si concentri tutta sulla figura della presidente del Consiglio intenta a districarsi tra domande sul conflitto in Medio Oriente, sui rapporti con la nuova amministrazione Trump e, inevitabilmente, sulla riforma Cartabia.

In parallelo a questa raffinata operazione di storytelling moderno, però, il fronte dei sostenitori del "Sì" produce anche dichiarazioni di segno completamente opposto, capaci di riaccendere lo scontro istituzionale con una violenza verbale che poco ha a che fare con i toni pacati usati in studio da Meloni. Il senatore di Fratelli d'Italia Francesco Zaffini, intervenendo a Terni a un convegno per il referendum, ha infatti paragonato il finire sotto inchiesta da parte della magistratura alla diagnosi di un cancro, rincarando la dose rispetto a una precedente metafora, quella del “plotone d'esecuzione”, utilizzata dalla capo di gabinetto del ministro Nordio. “È peggio di un plotone d'esecuzione”, ha argomentato Zaffini, “perché con un plotone sai che devi morire, mentre dal cancro puoi guarire o morire, ma ti curano i medici. Con la magistratura non sai cosa ti capiterà”. Parole che hanno immediatamente scatenato la reazione delle opposizioni, le quali vedono in queste espressioni un attacco frontale e sistematico a uno dei poteri dello Stato, una strategia di delegittimazione che nulla avrebbe a che fare con la necessaria riforma dell'ordinamento giudiziario.

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