La rivoluzione Aston Martin è già un caso: motore Honda nel caos, si teme il ritiro in Australia
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Redazione Sport
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L’avvio della stagione 2026, quella che doveva sancire l’inizio di una nuova era per il team di Silverstone grazie all’arrivo di Adrian Newey e alla collaborazione ufficiale con la Honda, si sta trasformando in un autentico incubo tecnico e organizzativo per l’Aston Martin. Il progetto AMR26, la prima monoposto interamente concepita dal genio britannico dopo il suo controverso addio alla Red Bull, non è semplicemente in ritardo di sviluppo, ma sembra essere sprofondato in quelle che gli addetti ai lavori definiscono già le sabbie mobili della nuova regolamentazione. I test pre-stagionali svoltisi in Bahrein hanno dipinto un quadro desolante: i piloti, Fernando Alonso e Lance Stroll, hanno potuto percorrere appena 334 giri in sei giorni, un bottino irrisorio se paragonato alle 250 tornate in meno rispetto a Cadillac, team debuttante. Una carenza di chilometraggio che impedisce qualsiasi tipo di messa a punto e che lascia presagire il peggio per l’esordio di Melbourne.
Se il progetto telaistico e aerodinamico firmato Newey è apparso fin da subito estremamente radicale – tanto da essere definito “spettacolare” da George Russell e “impressionante” da James Vowles della Williams -6 – è la power unit giapponese a rappresentare l’anello debole, o forse il vero e proprio anello mancante, di questa complessa equazione. La Honda, reduce da anni di successi proprio con la Red Bull, si trova paradossalmente impreparata di fronte alle sfide imposte dai nuovi regolamenti, che richiedono una gestione dell’energia elettrica completamente rivista. La RA626H montata sulla AMR26 soffre di problemi cronici all’impianto ibrido: le batterie, alloggiate nel telaio, vanno in tilt a causa delle vibrazioni del V6, e i componenti si bruciano a una velocità tale che la scuderia nipponica non è nemmeno in grado di garantire una scorta di ricambi sufficiente per un intero fine settimana di gara.
Le dichiarazioni che filtrano dal fronte giapponese non fanno che alimentare un clima di profonda incertezza. Tetsushi Kakuda, alto dirigente Honda, ha sostanzialmente scaricato le responsabilità sul reparto corse di Silverstone, e in particolare sullo stesso Newey, rivelando come le continue richieste di modifiche da parte del progettista britannico – come la batteria disposta su due livelli – siano arrivate quando i tempi per lo sviluppo erano già strettissimi. Una ricostruzione che getta un’ombra sulla tanto decantata sinergia tra il genio dell’aerodinamica e i motoristi giapponesi, un sodalizio che in passato aveva fruttato titoli mondiali. Nel paddock, intanto, si sussurra che l’unità giapponese non sia nemmeno in grado di raggiungere la soglia minima di recupero energetico di 250 kW, figuriamoci i 350 necessari per essere competitivi, con la conseguenza che il motore termico non avrebbe la potenza sufficiente per ricaricare adeguatamente le batterie [citation][7].
La strategia disperata del ritiro volontario e il parallelo con la Rossa
La gravità della situazione è tale che, secondo quanto riportato da fonti vicine alla scuderia, a Silverstone avrebbero preso in seria considerazione l’ipotesi di non presentarsi affatto all’appuntamento inaugurale di Melbourne, invocando un caso di forza maggiore. Ipotesi poi scartata per evitare un disastro d’immagine e le pesanti sanzioni economiche previste dal Patto della Concordia. La strategia alternativa, emersa nelle ultime ore, ha dell’incredibile e sa di resa anticipata: pare che il team abbia intenzione di portare le due vetture in Australia con il solo obiettivo di superare la regola del 107% durante le qualifiche per poi ritirarle volontariamente dopo pochi giri di gara, evitando così figure barbine e ulteriori rotture. Una sorta di capitombolo tecnico mascherato da presenza, che vanificherebbe di fatto l’enorme investimento profuso dal proprietario Lawrence Stroll.
In questo clima di delusione e preoccupazione, sono arrivate puntuali le parole di Bernie Ecclestone, storico boss della Formula 1, il quale ha voluto lanciare una frecciata nemmeno troppo velata al progetto del magnate canadese. Intervenuto sulla stampa svizzera, Ecclestone ha paragonato le ambizioni di Stroll a quelle di un altro illustre incompiuto del Circus: la Ferrari. “I titoli del mondo in Formula 1 non si comprano”, ha sentenziato l’ex patron, spiegando di provare quasi “dispiacere” per Stroll, il quale rischia di passare la vita a inseguire un successo che potrebbe non arrivare mai. Ecclestone ha poi sottolineato come la storia della Rossa, che non vince un Titolo costruttori dal 2008 nonostante disponga di risorse illimitate, piloti eccezionali e strutture all’avanguardia, sia la dimostrazione lampante che nell’equazione del successo manca sempre un pezzo. Un pezzo che, a oggi, sembra mancare drammaticamente anche nel puzzle di Aston Martin, nonostante la nuova galleria del vento, l’investimento miliardario e l’arrivo dell’uomo che ha disegnato le monoposto più vincenti della storia.
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