Raid a Hormuz e nuovi jet in Israele, settima notte di fuoco tra Usa e Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono ormai sette le notti consecutive di raid statunitensi contro l’Iran, con il Centcom che ha ufficialmente annunciato una nuova ondata di attacchi mirati a “ridurre le capacità militari iraniane” e a colpire le infrastrutture strategiche della Repubblica Islamica. L’ultimo bilancio fornito dalle autorità di Teheran parla di almeno otto vittime e venti feriti, ma il numero complessivo degli ultimi giorni sale a 38 morti e oltre 400 feriti, da quando il 22 giugno, in Svizzera, si erano tenuti i colloqui per avviare una tregua di sessanta giorni.

Le esplosioni hanno colpito le città di Sirik e Bandar Abbas, nella regione di Hormuz, mentre i media iraniani denunciano danni ad aeroporti, ponti e centrali elettriche. Sul versante opposto, le forze di Teheran rivendicano attacchi contro basi e asset militari statunitensi dislocati in Kuwait, Qatar, Bahrein, Giordania e Oman, in un quadro di scontri che si allarga a macchia d’olio.

Il blocco navale e il crollo dei transiti nello Stretto di Hormuz

Le conseguenze dei raid incrociati si fanno sentire in modo drammatico sul traffico commerciale internazionale, con lo Stretto di Hormuz che sta vivendo una paralisi senza precedenti.

I dati delle società di monitoraggio marittimo indicano che solo tre navi mercantili hanno attraversato il passaggio ieri, segnando il numero più basso di transiti giornalieri dallo scorso mese di maggio: la maggior parte delle imbarcazioni, di fronte alla recrudescenza degli attacchi iraniani contro le navi e alla ripresa del blocco navale statunitense contro le imbarcazioni riconducibili a Teheran, ha preferito fermarsi o invertire la rotta.

Questa arteria vitale per il trasporto di petrolio e gas, una delle rotte strategiche più sensibili del pianeta, si trova così di fatto in una condizione di stallo, e l’impennata dei prezzi globali dell’energia è già stata registrata sui mercati internazionali, alimentando ulteriori preoccupazioni per l’economia mondiale.

I raid su ponti e aeroporti e il tributo di vittime civili

La scorsa notte, rispetto alle precedenti cinque, l’escalation ha subito un’accelerazione qualitativa: gli Stati Uniti hanno preso di mira sei ponti, una stazione ferroviaria e un aeroporto nel sud del Paese, con l’obiettivo dichiarato di minare la logistica e le linee di rifornimento delle forze armate iraniane, ma con il risultato di causare vittime tra la popolazione civile.

Le autorità di Teheran hanno parlato di almeno otto morti in queste ultime operazioni, mentre il numero complessivo delle vittime dall’inizio dei raid, secondo le fonti ufficiali, supera ormai le tre dozzine, con un numero di feriti che si aggira intorno ai quattrocento.

I media locali, pur se sottoposti a rigide restrizioni, riferiscono di scene di devastazione nelle zone colpite, mentre i pasdaran, il corpo dei Guardiani della Rivoluzione, hanno minacciato di mettere in atto un attacco “a sorpresa” contro una base statunitense in Siria, allargando così il fronte del conflitto oltre i confini nazionali.

Jet cisterna in Israele e il segnale di una nuova escalation

A rendere ancora più teso il clima, nel corso della giornata di ieri, è arrivata la rivelazione del portale Axios, secondo cui decine di aerei cisterna americani sarebbero in procinto di arrivare in Israele: un movimento che, nella lettura degli analisti e degli osservatori internazionali, potrebbe essere il preludio a un ulteriore e più massiccio dispiegamento di forze aeree, tale da consentire operazioni a lungo raggio e un’escalation difficile da contenere.

Il governo israeliano, per il momento, non ha commentato ufficialmente la notizia, ma il semplice annuncio del trasferimento di questi velivoli, in un momento in cui le basi statunitensi nella regione sono già in stato di allerta, è stato interpretato come un chiaro segnale di un possibile allargamento del conflitto.

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