Il lungo addio di Domenico e il peso di una scelta: la verità giudiziaria e i precedenti che segnano il Monaldi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è concluso all’alba di sabato 21 febbraio, tra le lacrime dei genitori e il conforto del cardinale Mimmo Battaglia giunto in ospedale per somministrare l’estrema unzione, il calvario del piccolo Domenico. Il bambino, di appena due anni e mezzo, è deceduto presso l’ospedale Monaldi di Napoli dopo 57 giorni aggrappato a un macchinario per la circolazione extraCorporea, l’Ecmo, che da solo ne sosteneva le funzioni vitali -1. Un "improvviso e irreversibile peggioramento delle condizioni cliniche", lo ha definito l’Azienda ospedaliera dei Colli nella nota ufficiale, ma a parlare più forte è la sequenza di errori, omissioni e interrogativi che hanno portato a quel tragico epilogo, a partire dal 23 dicembre scorso, quando un cuore, danneggiato durante il trasporto da Bolzano a causa dell’utilizzo di ghiaccio secco anziché quello classico, gli era stato comunque impiantato -1-8.

La salma è stata posta sotto sequestro e la procura, che già aveva iscritto sei tra medici e paramedici nel registro degli indagati per lesioni colpose gravissime, ha ora ridisegnato l’ipotesi di reato in omicidio colposo -8. I carabinieri del Nas hanno acquisito e sequestrato i cellulari dei sanitari, nel tentativo di ricostruire ogni comunicazione intercorsa da quel fatidico intervento in poi -8. E mentre la magistratura procede tra Napoli e Bolzano — dove si cercherà di accertare se vi sia stata responsabilità anche nella fase dell’espianto — è la madre del piccolo, Patrizia Mercolino, a chiedere con voce rotta dal dolore ma ferma "giustizia" e "verità", annunciando l’intenzione di costituire una fondazione perché il nome di suo figlio non venga dimenticato e perché si possa aiutare altre famiglie vittime di malpractice -4-8.

La pianificazione condivisa delle cure: quando fermarsi diventa un obbligo etico

Prima che il cuore di Domenico cessasse di battere, però, c’è stato un passaggio cruciale, destinato a diventare centrale nell’analisi di questa vicenda: la decisione di interrompere l’accanimento terapeutico. Martedì 18 febbraio, un consulto allargato ai maggiori esperti provenienti da tutta Italia aveva escluso ogni possibilità di sottoporre il bimbo a un secondo trapianto; i suoi organi interni erano ormai compromessi dall’utilizzo prolungato dell’Ecmo e un’emorragia cerebrale aveva aggravato il quadro -1-8. È a quel punto che, come prevede la legge 219 del 2017, è stato avviato un percorso di pianificazione condivisa delle cure tra i medici e la famiglia, rappresentata anche dal medico legale Luca Scognamiglio, volto a evitare la somministrazione di terapie non più utili -1. Non si trattava di eutanasia, come ha tenuto a precisare l’avvocato Francesco Petruzzi, ma della doverosa presa d’atto che non vi erano più speranze di guarigione -1.

Non è un caso isolato, quello di Domenico, e il confronto con il passato recente del Monaldi appare inevitabile e drammatico. Nei giorni scorsi è tornata alla luce la storia di Pamela Dimitrova, una bimba anche lei di due anni, morta nell’agosto del 2024 dopo 17 mesi di ricovero nello stesso reparto. Rumyana, la madre di Pamela, ha raccontato il suo incubo: la figlia era collegata a un cuore artificiale, ma le infezioni contratte — tra cui un batterio oro-fecale presente sulle cannule del macchinario — la tenevano in una condizione di perenne emergenza -2. Anche in quel caso, i genitori avevano chiesto il trasferimento al Bambino Gesù di Roma, convinti che la gestione della piccola non fosse adeguata, ma il trasferimento arrivò troppo tardi -5. Pamela venne tolta dalla lista trapianti senza che la famiglia ne fosse informata, e a operare la bambina era lo stesso cardiochirurgo, il dottor Guido Oppido, che ha seguito anche Domenico -2.

Il dolore davanti al Monaldi e la memoria incisa sulla sabbia

Mentre la macchina giudiziaria si mette in moto, la città di Napoli e non solo si stringe attorno al dolore dei genitori. Davanti all’ingresso dell’ospedale Monaldi, decine di cittadini hanno dato vita a un pellegrinaggio silenzioso, depositando fiori bianchi, peluche e bigliettini scritti da bambini: "Ad un amichetto Angelo, adesso parliamo da lontano", si legge su uno di questi, mentre un altro messaggio promette al piccolo di "aiutare la tua famiglia e scusa questo mondo che non ti appartiene" -1. Un gesto spontaneo di affetto popolare che nulla toglie alla gravità di quanto accaduto, ma che testimonia quanto la vicenda abbia scavato nel profondo della coscienza collettiva.

Lontano da Napoli, sulla spiaggia di Platamona, in Sardegna, l’artista Nicola Urru ha voluto scolpire sulla sabbia il volto di Domenico, affidando alla marea il compito di portare via l’immagine, proprio come il ricordo di un bambino che avrebbe dovuto avere una vita intera davanti e a cui è stato invece impiantato un cuore "bruciato". Un’opera effimera che racchiude in sé la fragilità di un’esistenza spezzata e la forza di una richiesta di chiarezza che non può e non deve essere cancellata.

I nodi irrisolti di un trapianto fallito

Resta ora da fare piena luce su una catena di eventi che presenta ancora troppe zone d’ombra. Perché, come ha denunciato la mamma di Domenico, la famiglia è venuta a conoscenza del fatto che il cuore fosse danneggiato solo leggendo i giornali? -3. Perché il box termico utilizzato per il trasporto da Bolzano era di vecchia generazione, e chi ha deciso di riempirlo con ghiaccio secco, provocando la necrosi dell’organo? -3. E ancora, come mai i medici, pur accorgendosi che il cuore non funzionava, hanno impiantato lo stesso il nuovo organo senza forse aver prima verificato la possibilità di recedere? -3. A queste domande, l’avvocato Petruzzi ne aggiunge un’altra, squisitamente tecnica ma di fondamentale importanza: nella cartella clinica consegnata alla famiglia mancherebbe il "diario di perfusione", cioè il tracciato che dimostrerebbe il momento esatto in cui al bambino è stato tolto il suo cuore per impiantare quello danneggiato -3.

Lunedì Patrizia Mercolino si recherà dal notaio per dare forma legale alla fondazione intitolata a Domenico, un atto d’amore e di battaglia civile che avrà lo scopo di sostenere i bambini che non possono essere trapiantati e le vittime di colpa medica -8. Nel frattempo, la salma del piccolo è stata trasferita all’obitorio in attesa degli accertamenti tecnici irripetibili disposti dalla procura, accertamenti che dovranno stabilire con precisione le cause del decesso e, forse, fornire una risposta definitiva su cosa non abbia funzionato in quei drammatici due mesi. L’unica certezza, al momento, è il dolore di una madre che non smette di ripetere: "Voglio la verità, tutta la verità" -1.

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