Il sindaco di New York vuole tassare i ricchi e il sindaco Sala? «Se potessi li tasserei anch'io»
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Redazione Esteri
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Mentre oltreoceano il sindaco socialista di New York, Zohran Mamdani, stringe il cerchio sui grandi patrimoni con una nuova proposta per aumentare la pressione fiscale sulle seconde case di lusso — mossa volta a reperire risorse fondamentali per i servizi pubblici e il welfare cittadino — a Milano il dibattito sulla gentrificazione e l’attrattività della città si fa sempre più acceso. Il sindaco Giuseppe Sala, alle domande del Corriere della Sera sul delicato equilibrio tra lo sviluppo internazionale del capoluogo lombardo e la crescente disparità sociale, ha espresso una posizione un po' più sfumata ma decisa. Lui, che pure guida una delle piazze finanziarie più importanti d’Europa, non ha nascosto una certa invidia per la possibilità, concessa al collega americano, di colpire chi possiede immobili senza viverci stabilmente. «Se potessi li tasserei anch'io», ha dichiarato, ammettendo implicitamente i limiti normativi e costituzionali che in Italia vincolano gli enti locali, i quali non possono certo permettersi la stessa autonomia impositiva di una metropoli come New York. È un confronto, quello tra la Grande Mela e il capoluogo lombardo, che regge solo in parte, ma che tocca un nervo scoperto delle economie urbane contemporanee: l’azzardo di voler essere attrattivi per i capitali globali senza trasformarsi in un parco giochi inaccessibile per i propri cittadini.
New York, la svolta fiscale di Mamdani: addio ai «pied-à-terre» dei super ricchi
L’annuncio, arrivato direttamente dal sindaco in un video che ha fatto il giro del mondo, è chiaro e chirurgico. La nuova tassa, che ha ricevuto il via libera politico nonostante le inevitabili resistenze delle élite, è una sovrattassa annuale sulle proprietà di lusso il cui valore supera i 5 milioni di dollari, a patto che non vengano utilizzate come residenza principale. L’obiettivo dichiarato sono i cosiddetti «pied-à-terre», quegli appartamenti di lusso spesso semivuoti, posseduti da miliardari che vivono altrove (magari in Florida o in altri paradisi fiscali domestici) ma che continuano a considerare New York un porto sicuro per i propri soldi. «Questa tassa è specificamente disegnata per i più ricchi dei più ricchi, quelli che si arricchiscono in New York City, ma che non vivono in realtà qui», ha tuonato Mamdani, stringendo un’alleanza operativa con la governatrice Kathy Hochul. Quest’ultima, che a novembre chiederà agli elettori dello stato di confermarla per un secondo mandato, ha visto in questa manovra un modo per tappare le falle di un bilancio cittadino in forte difficoltà senza gravare sui ceti medi. La stima è che l’operazione possa portare nelle casse comunali qualcosa come 500 milioni di dollari l’anno, una cifra che, sebbene non risolva da sola i buchi miliardari della metropoli, rappresenta un precedente politico enorme.
I primi cento giorni di un attivista al governo: tra promesse e compromessi
A parte le promesse elettorali mantenute (poche) e mancate (molte), i primi 100 giorni di Zohran Mamdani come sindaco di New York segnano due caratteristiche di fondo. La prima è un mancato passaggio dalla mentalità dell’attivista politico a quella per il «governo» della città; la seconda è un’alleanza di comodo, ma problematica, con la governatrice Hochul. Non è un caso che questa tassa arrivi proprio ora: serve a dare un contentino all’ala più radicale della sua base, quella che vorrebbe una rivoluzione fiscale immediata, mentre l’amministrazione cerca di navigare le acque agitate di una ripresa post-pandemica ancora zoppicante. Da un lato, c’è la necessità di finanziare servizi essenziali come la metropolitana, le scuole e i programmi sociali; dall’altro, il rischio concreto che una patrimoniale così aggressiva possa spingere definitivamente fuori dai confini cittadini quei contribuenti facoltosi che già oggi guardano con interesse ad altri lidi. È un equilibrio instabile, quello in cui si muove l’ex candidato socialista, tra la retorica della lotta di classe e la dura realtà della gestione di un colosso da 8 milioni di abitanti.
La desertificazione sociale: quando la ricchezza uccide la città
Più cresce la ricchezza, più le città rischiano di svuotarsi: è il paradosso che accomuna da qualche anno le grandi metropoli contemporanee. La desertificazione, sociale ed economica, è un dato con il quale fare i conti, un processo silenzioso fatto di negozi che chiudono (perché le rendite sono troppo alte), quartieri che perdono identità (colonizzati da studenti e turisti) e classi medie spinte ai margini, lontano dai servizi e dalle opportunità. In questo scenario, il caso di New York City è emblematico, ma la stessa sindrome colpisce Milano, dove la corsa all’oro del mercato immobiliare ha creato una città a due velocità. L’idea di Mamdani — colpire chi usa la città come un deposito di valore anziché come una casa — è una risposta diretta a questo fenomeno. Se un appartamento di lusso rimane vuoto per 11 mesi all’anno, quel palazzo non produce vita, non sostiene il bar sotto casa né la scuola del quartiere. La tassa, quindi, non è solo un espediente per fare cassa, ma un tentativo (forse ingenuo, forse geniale) di restituire centralità alla funzione abitativa rispetto a quella speculativa, un tema che anche Sala, pur tra i mille vincoli italiani, sente profondamente proprio.




