Il decreto bollette, i conti della Relazione tecnica e quelle scommesse del governo sugli atti di fede

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando il decreto bollette è stato pubblicato, mancava un pezzo fondamentale: la Relazione Tecnica. Oggi è circolata una versione che non reca ancora il bollino della Ragioneria generale dello Stato ma permette già di fare alcune considerazioni. Ebbene, servono parecchi atti di fede. La prima cosa che viene in evidenza, scorrendo il documento, è che la misura dell’adesione volontaria dei produttori rinnovabili alla riduzione dell’incentivo costa ben più di quello che rende, anche ipotizzando un’adesione limitata al 30% degli oltre 50.000 impianti incentivati, quelli con più di 20 kW ciascuno per un totale di oltre 13 GW. A fronte di un risparmio immediato stimato in 146 milioni nel 2026 e 292 nel 2027, il costo futuro a partire dal 2029 per effetto delle estensioni delle convenzioni di tre o sei mesi oltre la scadenza naturale delle incentivazioni è di ben 485 milioni cumulati -1.

L'uscita dal Conto Energia, tra manovra elettorale e scommesse sulle adesioni

Ma è l’altra misura, quella dell’uscita definitiva dall’incentivo fisso con rifacimento dell’impianto, a destare più perplessità per le assunzioni alla base dei calcoli. Il governo assume infatti l’ipotesi della “saturazione totale del contingente dei 10 GW": un'ipotesi audace, che richiede non solo che decine di migliaia di operatori aderiscano volontariamente, ma anche che tutti rispettino i vincoli stringenti, moduli EU, raddoppio producibilità e i tempi di realizzazione molto severi. Anche in questo caso i costi eccedono il risparmio netto cumulato, ma almeno ci sarebbe nuova potenza rinnovabile in campo. La Relazione tecnica manca però dell’evidenza separata dei costi e dei benefici, e per ogni anno fornisce solo il valore netto. Rispetto ai primi anni in cui si sente il beneficio dell’uscita dagli incentivi, dal 2032 questo valore cambia segno e inizia diventare un costo per effetto delle rate da riconoscere a chi è uscito: stiamo parlando di 1,3 miliardi all'anno dal 2033 al 2037. Su chi andranno questi oneri? Sugli stessi soggetti che nei primi anni si avvantaggiano dei benefici, ovvero le utenze non domestiche e non energivore stando al comma 8, o su tutti i clienti? Nel primo caso sarebbe una beffa. Il decreto non è chiaro, toccherà all’Arera tra diversi anni sciogliere il rebus -1.

L’Irap sulle imprese del settore energia e il rischio che le bollette si alzino lo stesso

Il decreto introduce un aumento di due punti percentuali dell'aliquota Irap per il comparto energetico, estrazione e raffinazione di petrolio, produzione, trasmissione e distribuzione di elettricità e gas, per i periodi d'imposta 2026 e 2027. La Relazione Tecnica stima gettiti aggiuntivi di 431,5 milioni nel 2026 e 507,6 milioni nel 2027; gli effetti di cassa partono subito dal 2026 grazie al sistema degli acconti -1. Questo gettito viene destinato alla riduzione della componente Asos, gli oneri generali per il supporto alle rinnovabili, per le utenze non domestiche non energivore, quelle più tartassate oggi dalle modalità applicative degli oneri generali. Si tratta in astratto di un trasferimento fiscale dal settore energetico ai settori produttivi, con un beneficio stimato di 3,5 euro a Megawattora nel 2026 e 4 euro nel 2027, assumendo una base di domanda di 125 Terawattora. In tema di tasse valgono sempre le parole icastiche di Maffeo Pantaleoni, economista della scuola del laissez-faire poi senatore del Regno durante il fascismo, ricordate da Carlo Stagnaro sul Foglio; ma occorre anche chiedersi se le imprese energetiche attive nella vendita non cercheranno di scaricare la nuova imposizione fiscale a valle, sui prezzi al dettaglio. E se quelle attive nei servizi regolati di trasmissione e distribuzione non pretenderanno il riconoscimento del mutamento del quadro normativo nella copertura dei costi riconosciuti dalle tariffe di rete. Insomma, una partita di giro? E dire che la strada indicata doveva essere quella di trasferire gli oneri generali dalle bollette alla fiscalità generale. Qui invece sembra che si trasferisca la fiscalità generale agli oneri generali, per poi rischiare di vedere le bollette alzarsi per il tentativo delle imprese di recuperare la maggiore imposizione fiscale. Un bel paradosso -1.

Il gas per le centrali, il cuore della scommessa sulla riduzione del prezzo dell'elettricità

Gli articoli 6 e 10, quelli sulla riduzione oneri gas per termoelettrici e sul servizio liquidità PSV-TTF, sono quelli su cui il governo punta di più. La Relazione Tecnica dedica loro un'analisi dettagliata. Per gli oneri relativi al trasporto gas il governo stima una riduzione del costo del gas per termoelettrici variabile tra 5 euro a Megawattora in inverno e 3 euro a Megawattora in estate. Dice la relazione, tenuto conto della marginalità delle centrali termoelettriche nella formazione del prezzo elettrico, che si stima un effetto di riduzione di circa 8 euro a Megawattora elettrici per circa 250 Terawattora, per un totale di riduzione del Prezzo Unico Nazionale di circa 2 miliardi l'anno. Per arrivare a questo valore, in effetti bisogna presumere una forte dominanza del gas come tecnologia marginale. Insomma, un quadro di fuel mix che non riesce a cambiare, nonostante tutto, compresi i nuovi Ppa e il raddoppio della producibilità degli impianti già incentivati. Funziona? Dipende da un'ipotesi critica: che le centrali trasferiscano integralmente i risparmi nelle offerte MGP. La relazione tecnica tende a darlo per scontato, ma è un altro atto di fede -1.

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