Le Paralimpiadi e l’ossessione di neutralità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Grazie alla cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi Milano-Cortina 2026, il telegiornale va in onda in forma ridotta; quindi, guerre, famiglia nel bosco e cryptobro che da Dubai preferiscono le bombe alle tasse passano veloci, ma non indolori. La serata all’Arena di Verona si apre con il saluto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, seduto vicino al presidente del comitato paralimpico internazionale Andrew Parsons, e l’eco delle defezioni politiche rimbomba tra le antiche mura romane molto più delle note previste dal copione. “Change starts with sport”, il cambiamento inizia con lo sport, recita la scritta che in serata illumina l’anfiteatro, mentre i volontari – e sono loro, non gli atleti, a reggere i vessilli di molte nazioni – danno vita al logo delle Paralimpiadi: gli Agitos, virgole, o gocce, rosse, blu, verdi. Ma ci si domanda, osservando il protocollo, dove sia il cambiamento se si gioca mentre poco distante si combatte, se della tregua olimpica i potenti si sono fatti un baffo, anzi, hanno aperto nuovi conflitti. Dov’è il cambiamento se l’unico atleta iraniano previsto, il due volte paralimpico Aboulfazl Khatibi Mianaei, ha dovuto rinunciare perché non è in grado di viaggiare in sicurezza, vittima di un conflitto in Medio Oriente che ha reso le rotte impercorribili e le comunicazioni con Teheran, di fatto, interrotte? -3-8

Il peso della geopolitica sulla cerimonia inaugurale

Il contesto politico internazionale, va detto senza giri di parole, non è dei migliori: boicottaggi e defezioni hanno reso tese la vigilia e la Cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi, molto più di quanto debbano esserlo i momenti di sport collettivo. Lo si intuisce fin fuori dall’Arena, dove i presidi delle forze dell’ordine sembrano raddoppiati rispetto a sole due settimane fa quando, sempre a Verona, si sono chiusi i Giochi Olimpici. Delle 55 nazioni partecipanti, solo 29 hanno sfilato con i propri atleti: sette Paesi, tra cui Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia e Ucraina, hanno scelto di non prendere parte alla parata per protestare contro il ritorno degli atleti russi e bielorussi con le loro bandiere, una decisione questa del Comitato Paralimpico Internazionale che aveva già fatto discutere nei mesi precedenti. Altri, come Canada, Gran Bretagna, Germania e Francia, pur non parlando di boicottaggio politico, hanno optato per non far sfilare i propri portabandiera, una scelta giustificata con la vicinanza delle gare – alcune sono in programma già per domani mattina – e con la volontà di non far affaticare gli atleti, una motivazione logistica che però non ha spento le polemiche. La ministra francese per lo Sport, Marina Ferrari, ha annunciato che Parigi non avrà rappresentanza politica alla cerimonia, scatenando la reazione della Lega che ha parlato di “pagina vergognosa”, mentre il presidente ucraino Zelensky ha ringraziato la premier Giorgia Meloni per la posizione congiunta sul caso.

L’assenza forzata e il ritorno delle bandiere contestate

Non si tratta solo di scelte politiche, ma anche di drammi umani, come nel caso dell’iraniano Khatibi Mianaei, costretto a rinunciare ai suoi terzi Giochi Paralimpici perché, a causa del conflitto in corso e con i sistemi di comunicazione down su gran parte del territorio iraniano, il viaggio sicuro verso l’Italia era semplicemente impossibile. Il presidente Parsons ha definito la situazione “straziante per l’atleta”, e la sua bandiera è stata rimossa dalla parata. A rinfocolare ulteriormente le tensioni, poi, c’è un’inchiesta del quotidiano polacco Vot Tak, ripresa da The Moscow Times, secondo la quale la Russia starebbe spendendo decine di milioni di dollari per reclutare veterani della guerra in Ucraina negli sport paralimpici, accelerando il passaggio dei soldati feriti dai reparti ospedalieri alle squadre regionali e nazionali. Una strategia che, se confermata, getterebbe un’ombra ancora più cupa sullo spirito della competizione. Nonostante tutto, all’interno dell’Arena il pubblico ha rispettato una sorta di tregua emotiva: nessun fischio per le delegazioni di Russia, Bielorussia, Israele e Stati Uniti, mentre un lungo applauso ha accompagnato l’ingresso dell’Ucraina, a testimoniare un tifo che, inevitabilmente, trascende il dato puramente sportivo.

Il racconto visivo di “Life in Motion” firmato Silvia Ortombina

A provare a rubare la scena alle tensioni ci ha pensato la messa in scena diretta da Alfredo Accatino, con la direzione artistica di Marco Boarino e la produzione di Filmmaster, un racconto per quadri dal Titolo “Life in Motion” che ha trasformato l’Arena in un laboratorio di visioni. Fondamentale, in questo senso, il lavoro sui costumi curato da Silvia Ortombina, fondatrice dello studio creativo Tiny Idols, una veronese cresciuta in sartoria che per l’occasione ha chiuso un cerchio familiare, visto che suo zio negli anni Ottanta collaborava già con chi disegnava divise olimpiche. I suoi abiti non sono semplici vestiti, ci spiega, ma “una seconda pelle scenica” pensata per amplificare il e rendere leggibile l’energia della performance, un veicolo del messaggio più autentico sull’unicità del corpo. Le silhouette, realizzate con tessuti liquidi e fibre ottiche per alcuni segmenti come “Vibes” e “Sharing”, dialogano con il gesto dei performer e con lo spazio, diventando esse stesse luce e movimento. Per il segmento “Romeo + Giulietta”, Ortombina ha innestato frammenti di costumi antichi su strutture di pelle e denim rigenerati, creando un cortocircuito visivo tra archetipi rinascimentali e codici sartoriali urban, dove contaminazione e memoria si intrecciano in un unico gesto.

Il progetto, che ha richiesto mesi di lavoro e il coinvolgimento di aziende dell’eccellenza italiana insieme a giovani studenti di IED e Domus Academy, ha messo al centro anche il tema dell’adaptive design, con la consulenza di un esperto per garantire vestibilità attente alla pluralità dei corpi e alle diverse esigenze. Materiali deadstock, pratiche di upcycling e il riutilizzo di costumi già prodotti sono stati la norma, con le calzature realizzate in plastica riciclata attraverso tecnologie di stampa 3D. L’obiettivo dichiarato dalla costumista era restituire la bellezza dell’umanità in movimento, creando una sintesi visiva che suggerisse un nuovo equilibrio, dove non esiste separazione, lasciando spazio al e al gesto affinché il movimento potesse parlare da sé. In questo, forse, risiede l’unica vera neutralità possibile: quella della creatività che prova a tessere relazioni laddove la politica le recide.

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