Brucia l’Indonesia, la protesta contro Prabowo si estende a macchia d’olio
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Redazione Esteri
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L’Indonesia, da giorni, è un paese in fiamme, stretto nella morsa di una protesta violenta che, partita dalla capitale Giacarta, si è ormai estesa a diverse regioni dell’arcipelago, causando vittime e distruzione. L’episodio scatenante, che ha fatto deflagrare un malcontento covato a lungo, risale allo scorso lunedì quando un veicolo della polizia, nel corso di una manifestazione, ha investito e ucciso il conducente di un moto-taxi, colpevole soltanto di trovarsi sulla sua traiettoria. Quell’incidente, percepito come l’ennesimo sopruso di un’autorità percepita come distante, ha fatto esplodere una rabbia popolare che covava da mesi, da quando lo scorso ottobre il presidente Prabowo Subianto è entrato in carica, acuendo con le sue politiche le disuguaglianze sociali e le insofferenze della popolazione.
Le prime rivolte, concentrate a Giacarta dove manifestanti e agenti si sono scontrati davanti a una caserma e a un ufficio del parlamento, hanno costretto lo stesso Subianto ad annullare un viaggio ufficiale in Cina, a dimostrazione della gravità della situazione. La protesta, nata inizialmente per contestare il generoso aumento degli stipendi parlamentari in un periodo di ristrettezze per molti, ha rapidamente assunto i contorni di una rivolta generale contro un establishment giudicato elitario e sordo alle esigenze dei più. L’ondata di violenza, che non accenna a placarsi, ha registrato uno dei suoi episodi più tragici nella città di Makassar, dove un gruppo di dimostranti ha appiccato un incendio in un palazzo governativo: nell’incidente, che ha provocato il crollo parziale della struttura, hanno perso la vita almeno tre persone.
Di fronte a una crisi che mina la stabilità nazionale, il presidente Prabowo Subianto ha ordinato al capo della polizia nazionale, il generale Listyo Sigit Prabowo, e al comandante delle forze armate, il generale Agus Subiyanto, di adottare “misure severe” per contrastare quelli che ha definito senza mezzi termini “atti anarchici”. Un pugno di ferro, quello evocato dal capo dello Stato, che sembra però aver finora alimentato ancor di più la spirale di violenza, senza riuscire a soffocare le ragioni profonde di un dissenso che trova linfa nella povertà e in una percezione diffusa di ingiustizia. La risposta delle istituzioni, che pure ha visto le forze dell’ordine impegnate a presidiare i punti nevralgici delle città, non è bastata a impedire che la folla inferocita saccheggiasse le abitazioni di un ministro e di alcuni parlamentari, segnando un salto di qualità nella contestazione.




