Meloni e i conti “parziali” sugli sbarchi: i numeri che non tornano nel discorso alla Camera
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Nel lungo intervento parlamentare che doveva servire a ricucire lo strappo del referendum, Giorgia Meloni ha invece scelto la via dell’offensiva. «Abbiamo ridotto gli sbarchi e aumentato sensibilmente i rimpatri, rafforzato il controllo delle frontiere, combattuto i trafficanti di esseri umani. E soprattutto abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo», ha dichiarato la presidente del Consiglio davanti ai deputati, in un’informativa che – di fatto – ha trasformato il consueto bilancio di metà legislatura in un comizio anticipato in vista delle Politiche del prossimo anno. Peccato che i numeri, se li si guarda senza filtri retorici, raccontino una verità più sfumata.
Il confronto con il passato: meglio del 2025, peggio del 2023
Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno e aggiornati al 31 marzo 2026, dall’inizio dell’anno sono sbarcate in Italia poco più di 6mila persone migranti. Si tratta di una cifra inferiore rispetto allo stesso periodo del 2025 e del 2024, circostanza che la premier ha evidentemente sfruttato per rivendicare il successo della linea dura. Tuttavia, il dato attuale risulta superiore a quello registrato in alcuni anni precedenti l’insediamento del governo Meloni: un paragone che l’inquilina di palazzo Chigi ha scelto di non fare, preferendo un confronto temporalmente selettivo. E così, mentre il flusso si riduce rispetto ai due anni più vicini, resta più alto – per fare un esempio – di quanto si rilevasse nel 2021 o nel 2022 prima della sua ascesa.
La campagna elettorale sotto mentite spoglie
“Il governo c’è fino alla fine, io non scappo”: con questa promessa, ribadita tra le mura di Montecitorio e poi a palazzo Madama, Meloni ha voluto spegnere ogni voce su un possibile rimpasto o su dimissioni anticipate, dopo la batosta referendaria. «Abbiamo perso un’occasione storica», ha ammesso, quasi di sfuggita, per poi scivolare rapidamente in un attacco frontale alle opposizioni. «Perché fate così, sembrate nervosi», li ha provocati durante il passaggio sulla sicurezza – un tema, quest’ultimo, che la leader di Fratelli d’Italia considera ormai una bandiera esclusiva del suo esecutivo. L’intervento, durato complessivamente oltre un’ora tra i due rami del Parlamento, ha finito per assomigliare molto più a un discorso di lancio della campagna elettorale che a un’analisi ponderata della sconfitta subita al referendum sulla giustizia.
Tra trafficanti e morti in mare: l’affermazione più fragile
La frase più delicata, quella sulle «morti nel Mediterraneo» ridotte «soprattutto» grazie alle politiche del governo, è forse la più difficile da verificare con i soli numeri disponibili. Le statistiche ufficiali sugli incidenti in mare – va detto – dipendono da fattori molteplici, che includono le condizioni meteorologiche, le rotte dei trafficanti e le attività delle Ong oltre che della guardia costiera. Meloni ha incassato il plauso della sua maggioranza quando ha parlato di «controllo delle frontiere» e di lotta ai «trafficanti di esseri umani», ma senza offrire dati comparativi aggiornati sui naufragi e sui dispersi. La sensazione, ascoltando l’aula, è che la premier abbia usato la tragedia umanitaria come uno scudo retorico: un tema così grave da non poter essere contraddetto senza passare per insensibili, eppure mai approfondito con le cifre che avrebbero reso l’argomentazione davvero solida.
L’aggressività come cifra di un’ultima corsa
Più che un discorso di rilancio, quello di Meloni si è rivelato un concentrato di «livore, rancore, veleni», per usare le parole che circolano nei commenti di chi ha seguito la diretta. La presidente del Consiglio non ce l’ha fatta a trattenere la sua cifra più istintiva: l’aggressività verbale, quella che le ha permesso di costruire consenso negli anni dell’opposizione. A un anno esatto dalle prossime elezioni politiche – un termine che aleggiava in ogni pausa del suo intervento – l’informativa chiesta dalla stessa Meloni dopo la sconfitta referendaria si è trasformata in un posizionamento tattico. Non una riflessione, ma uno scatto in avanti. Lo scontro, ha fatto capire, crescerà. E chi si aspettava un tono dimesso o una qualche autocritica, ha dovuto ricredersi davanti all’onda di parole che la premier ha riversato contro i banchi dell’opposizione, senza mai abbassare la guardia.




