Verstappen boccia le auto 2026 e le definisce “Formula E sotto steroidi”: la rabbia del campione nei test in Bahrain
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Redazione Sport
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Sotto il sole di Sakhir, là dove solitamente si misurano le forze in campo e si azzardano i primi verdetto tecnici, il secondo giorno di test collettivi ha invece prodotto una sentenza che nulla ha a che fare con i cronometri. Max Verstappen, quattro volte campione del mondo, ha preso la parola al termine delle sue 136 tornate – quelle che lo hanno visto peraltro protagonista di un programma fitto di rilevamenti per la nuova Red Bull motorizzata Ford – e non ha usato mezzi termini per descrivere ciò che prova al volante della RB22. La sua diagnosi, se così vogliamo definirla, è stata lapidaria e allo stesso tempo densa di una metafora destinata a fare il giro del paddock: quella di una “Formula E sotto steroidi”. Un paragone, il suo, che non lascia spazio a interpretazioni benevole e che fotografa il disagio profondo di una generazione di piloti cresciuti con l’idea che la massima formula dovesse essere essenzialmente questo: spingere, e farlo senza soluzione di continuità.
L’olandese, nel corso della conferenza stampa, ha messo in fila una serie di concetti che hanno il sapore di una critica radicale all’impianto regolamentare entrato in vigore proprio quest’anno. Ha spiegato, con quella franchezza che ormai gli appartiene, che il termine corretto per descrivere la guida odierna non è più “guidare”, bensì “gestire”. Ed è qui che si consuma il tradimento dell’essenza stessa della Formula 1, almeno per come la intende lui. Ogni singolo input – una frenata appena più lunga, un cambio di marcia ritardato, una traiettoria corretta di pochi centimetri – produce ripercussioni immediate e vistose sulla gestione dell’energia, quel bene ormai tanto prezioso quanto scarso che determina la prestazione sul rettilineo. Verstappen, da pilota “puro” qual è sempre stato, ama il “tutto gas”. E il “tutto gas”, in questa nuova era tecnica contraddistinta da una suddivisione della spinta quasi paritetica tra termico ed elettrico, è semplicemente un lusso che non ci si può più permettere.
Il disagio di una guida che non diverte più e il realismo di chi deve arrangiarsi
Non è soltanto la prestazione, però, a essere messa in discussione dalle dichiarazioni del pilota Red Bull. È il piacere stesso di salire su una monoposto. Nel suo intervento, Verstappen ha tenuto a distinguere nettamente due piani: quello della competitività – dove la sua squadra, nonostante le difficoltà strutturali di un reparto motori nato da zero, sembra aver già centrato obiettivi lusinghieri tanto da essere indicata da Toto Wolff come punto di riferimento – e quello, ben più soggettivo e visceralmente umano, del divertimento. “Un’auto vincente non è tutto, deve anche essere divertente da guidare”, ha scandito dinanzi ai giornalisti. Una frase, questa, che pesa come un macigno se pronunciata da un fuoriclasse che ha appena accumulato centinaia di chilometri con una vettura che definisce sostanzialmente “noiosa” e persino “anti-racing”. Il fatto che il regolamento sia uguale per tutti – e lui stesso lo ha riconosciuto, aggiungendo un pragmatico “bisogna arrangiarsi” – non attenua la delusione, anzi la rende forse più amara, perché trasforma il circus in un esercizio collettivo di adattamento forzato a qualcosa che non entusiasma nemmeno chi lo pratica ai massimi livelli.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di riflessione, che Verstappen ha affidato a un passaggio quasi autocritico. Ha ammesso, infatti, che non sia piacevole per lui essere costretto a esprimersi in questi termini, sapendo quanto lavoro – umano, ingegneristico, industriale – sia stato riversato dai suoi stessi meccanici e dai tecnici di Red Bull Powertrains nella realizzazione del progetto DM01, il motore intitolato a Dietrich Mateschitz. C’è consapevolezza, nelle sue parole, del contesto delicato e delle aspettative crescenti attorno alla scommessa del team di Milton Keynes. Eppure, nonostante questo rispetto per la fatica altrui, l’onestà intellettuale del pilota ha preso il sopravvento. L’entusiasmo che prova alla guida, ha confessato, non è alto. E per uno come lui, che ha costruito la sua leggenda sull’istinto e sulla spinta senza riserve, ammettere una simile mancanza di coinvolgimento emotivo equivale a una bocciatura senza appello del prodotto tecnico che la Federazione ha confezionato.
L’energia come prigione e l’ironia amara sul futuro a lungo termine
La questione della gestione energetica, del resto, non è un dettaglio marginale. Siamo di fronte a vetture che, per loro stessa architettura, nascono “povere” di energia, costringendo i piloti a continui esercizi di equilibrismo per far sì che la batteria si ricarichi a sufficienza senza penalizzare eccessivamente il passo. Verstappen ha citato la necessità di scalare marce in modo innaturale, di prolungare i “lift and coast”, di trasformare ogni giro in una sequenza di equazioni da risolvere in tempo reale. Non è un caso che Lewis Hamilton, seppur con toni meno abrasivi, abbia sollevato obiezioni simili, sottolineando l’assurdità di dover percorrere sei-settecento metri a vettura scarica anche in un giro secco di qualifica. La differenza, forse, sta nella schiettezza quasi provocatoria con cui il campione olandese ha liquidato la questione: se il problema è risparmiare energia, ha ironizzato, tanto varrebbe correre in Formula E, campionato che di quella filosofia rappresenta l’incarnazione naturale e dichiarata.
Non è sfuggita, poi, una battuta che il quattro volte iridato si è concesso riguardo alla 24 Ore del Nürburgring. La gara endurance tedesca, ha scherzato, ha il pregio di potersi affrontare senza dover vigilare costantemente sullo stato di carica delle batterie. Una frase che è molto più di una semplice divagazione; è la spia di una mente che, evidentemente, si sta guardando attorno. Verstappen ha ribadito che il suo contratto con Red Bull si estende fino al 2028, ma ha anche lasciato intendere che la passione non è un optional e che l’esistenza di interessi motoristici al di fuori dell’orbita Formula 1 – magari proprio nel turismo o nella resistenza – non è più solo un’ipotesi remota. L’impressione netta, al termine di questa seconda giornata di prove in Bahrein, è che la critica di Verstappen non vada archiviata come la solita lamentela del campione viziato. Essa fotografa piuttosto il cortocircuito di una categoria che, nell’inseguire l’efficienza e la sostenibilità tecnica, rischia di smarrire quell’elemento primordiale di sfida fisica e mentale che ne ha decretato il successo planetario. Le sensazioni di guida, ha detto, non sono quelle di una Formula 1. E quando a dirlo è il pilota più forte del mondo, forse è il caso di ascoltare.




