Alcaraz completa il Grande Slam, Djokovic inchiodato dalla storia
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Redazione Sport
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Carlos Alcaraz, che a ventidue anni e duecentosettantadue giorni ha appena sollevato il trofeo degli Australian Open, non ha semplicemente vinto un torneo. Con quella che, per ammissione dello stesso campione spagnolo, era “la meta chiara della stagione invernale”, ha riscritto un primato che sembrava scolpito nella pietra, diventando il più giovane tennista a completare il Career Grand Slam. Un traguardo, quest’ultimo, che supera per precocità persino quello del leggendario Don Budge, il quale, bisogna ricordarlo, centrò l’impresa nel 1938 vincendo tutti e quattro i major nello stesso anno solare, un vero e proprio Slam in senso stretto. La vittoria in rimonta su Novak Djokovic, con un punteggio di 2-6, 6-2, 6-3, 7-5, non è stata solo una dimostrazione di forza fisica e mentale, ma il sigillo su un percorso che, Wimbledon, Roland Garros e gli US Open già duplicati alle spalle, appariva ormai ineluttabile.
Il momento della svolta e il confronto con i maestri
La partita, che ha visto un Djokovic in evidente difficoltà nel mantenere il ritmo furioso imposto dall'avversario soprattutto dopo i primi due set, ha avuto il suo epilogo simbolico sul 30-40 del quarto parziale. In quel frangente, il serbo, mago del circuito da quasi due decenni, ha tentato di perpetuare il suo incantesimo, aggrappandosi a una contesa che, a trentotto anni, gli sfuggiva progressivamente di mano. Un game iniziale lunghissimo, di quindici minuti, nel quarto set, era stato il segnale di una resistenza eroica ma insufficiente. Alcaraz, dal canto suo, ha mostrato un mix di qualità che riecheggiano i due grandi rivali del passato di Djokovic: la grinta e la potenza fisica tipiche di Rafael Nadal, unite a una creatività e a un tocco che sembrano ereditati da Roger Federer. In conferenza stampa, raggiante, ha definito il trofeo “qualcosa che significa veramente tanto”, smorzando però subito ogni paragone con il termine “leggenda”, rimandato a un ipotetico futuro di “cinque o sei anni”.
Il peso del record e il nuovo scenario
Il dato statistico, peraltro, parla da solo e conferisce alla sua settima vittoria in un major un peso specifico assoluto. La rimonta in finale, peraltro, non fa che aggiungere valore a un successo che corona una progressione inarrestabile. Mentre il tennis globale si interroga sulle conseguenze di questo passaggio di testimone, almeno parziale, le inchieste di cronaca nera che a volte lambiscono il mondo dello sport professionistico restano sullo sfondo, relegate a procedimenti giudiziari dei quali si attende lo svolgimento, senza che nulla possa offuscare la purezza del risultato sportivo. L’ascesa di Alcaraz, del resto, era nell’aria da tempo, e Melbourne ne è stato l’approdo logico, l’ultimo tassello di un mosaico che ora appare completo nella sua forma più prestigiosa.
La strada davanti al campione spagnolo
Ora che il ciclo dei major è chiuso, per il giovane spagnolo si aprono nuovi orizzonti di caccia, dove il confronto con la storia, e con i nomi di Budge e Rod Laver, si farà ancora più stringente. La sua vittoria, però, ha già un sapore di cambiamento d’epoca, pur nel massimo rispetto per un Djokovic che ha combattuto fino all’ultima palla. Quelli che seguiranno saranno mesi cruciali per capire quanto a lungo il nuovo campione possa dominare, e quanti di quei traguardi che oggi sembrano lontani possano a loro volta essere raggiunti. La sua parabola, per il momento, non conosce flessioni, e il mix di umiltà e ambizione mostrato dopo il trionfo è la miglior garanzia per il futuro.




