Netflix punta sulla “famiglia nel bosco”: dalla cronaca giudiziaria al film

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La vicenda giudiziaria che ha avuto come epicentro un rudere senza luce né acqua corrente, arroccato tra le colline di Palmoli, in Abruzzo, sta per varcare i confini della cronaca per approdare – come spesso accade quando il racconto di un conflitto irrisolto assume i contorni di una metafora sociale – sul catalogo di una delle piattaforme di streaming più influenti al mondo. La cosiddetta “famiglia nel bosco”, quella formata da Catherine Birmingham, quarantacinquenne australiana ex istruttrice di equitazione, e Nathan Trevallion, cinquantunenne inglese con un passato da chef e artigiano, ha calamitato l’attenzione pubblica non tanto per i dettagli del loro isolamento volontario, quanto per l’insanabile frattura tra il loro modello educativo – basato sull’autosufficienza e sul rifiuto delle convenzioni – e le aspettative delle istituzioni italiane. Questa frattura, culminata nell’allontanamento dei tre figli (due gemelli di sei anni e una bambina di otto) avvenuto ormai sei mesi fa, costituisce oggi l’ossatura narrativa di un progetto cinematografico per cui Netflix avrebbe compiuto un passo decisivo.

Trattative avanzate e diritti di adattamento

Secondo quanto riportato da La Stampa, il colosso della distribuzione digitale sarebbe ormai in fase avanzata di negoziazione per aggiudicarsi i diritti della storia, una mossa che segue a ruota l’annuncio dell’uscita del libro scritto dalla stessa Birmingham, “La nostra vita libera”, prevista per il 5 maggio. L’agente letterario che ha messo in contatto la madre – la quale vive attualmente a Milano pur essendo originaria di Boston – con l’industria dell’intrattenimento avrebbe già ottenuto i primi via libera, tanto che il progetto non sarebbe più una vaga ipotesi ma una trattativa concreta. Senza entrare nel merito di cifre o clausole contrattuali, quel che emerge è il passaggio di una vicenda umana complessa – costellata da interventi dei servizi sociali, perizie psicologiche e un acceso dibattito sull’idea stessa di “famiglia funzionante” – da una dimensione locale a una globale, quella del catalogo Netflix.

Dallo scontro istituzionale alla sceneggiatura

L’interesse della piattaforma non sorprende, se si considera l’architettura stessa del caso: da un lato vi è la narrazione di una genitorialità estrema, quella di chi ha scelto di crescere i propri figli in un casolare senza comodità, a contatto con la natura, lontano da scuole, ospedali e regole imposte dall’esterno; dall’altro, la reazione di un sistema che ha letto in quella scelta non una filosofia alternativa ma un potenziale rischio per i minori. I tre bambini, oggi separati dai genitori da sei mesi, sono diventati involontari protagonisti di un conflitto che oppone due visioni del mondo difficilmente conciliabili. Ed è proprio questo antagonismo – privo di facili semplificazioni – a fornire la materia prima per un adattamento cinematografico, che verrebbe tratto direttamente dal testo autobiografico della madre, arricchito dalle ricostruzioni giudiziarie già ampiamente documentate dalla stampa.

Dal rudere di Palmoli allo schermo globale

Se le indiscrezioni troveranno conferma, la parabola della “famiglia nel bosco” compirà dunque un ulteriore, prevedibile salto: dalla marginalità di un casolare abruzzese – dove per anni la coppia ha vissuto in condizioni che molti avrebbero definito estreme – alle logiche globali dell’intrattenimento. Un passaggio che non cancella il dato originario, e cioè che il contenzioso legale è ancora aperto e che il destino dei tre minori resta sospeso, in attesa di sviluppi che la macchina della fiction non potrà che rielaborare, trasfigurare o forse semplicemente raccontare. La notizia, infatti, non risiede nella qualità artistica dell’ipotetico film (sulla quale non vi è alcun elemento per esprimersi), bensì nella conferma – sempre che le trattative vadano in porto – che storie di cronaca nera, o meglio di cronaca giudiziaria dai contorni educativi e antropologici, possano diventare prodotti di intrattenimento di massa senza bisogno di aggiungere colpi di scena: ce n’erano già abbastanza nel rudere di Palmoli.

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