Milan, la curva contesta Furlani dopo il ko con l’Atalanta: ennesimo tracollo e Champions sempre più lontana
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Redazione Sport
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C’era un tempo, non poi così remoto, in cui il Milan riusciva a trasformare San Siro in un fortino inespugnabile; e invece, ieri sera, quel fortino è crollato sotto i colpi di un’Atalanta cinica e spietata, lasciando sul terreno di gioco una squadra irriconoscibile e una contestazione che covava da mesi. La sconfitta interna per 2-3 – maturata dopo un primo tempo da dimenticare, con tre reti incassate in dieci minuti di pura disintegrazione tattica e nervosa – non è soltanto l’ennesima batosta stagionale, bensì la certificazione plastica di un malessere che ormai avvolge dirigenza, allenatore e organico senza distinzioni.
A due giornate dal termine del campionato, i rossoneri si ritrovano agganciati alla Roma al quarto posto, conservando la posizione solo per il miglior risultato nello scontro diretto: un’ancora di salvezza precaria, che non scalfisce la percezione di un’occasione gettata al vento. Fino a poche settimane fa, in effetti, nessuno avrebbe potuto immaginare un simile crollo verticale, eppure i fantasmi della scorsa stagione sono tornati a galla con violenza, incarnati nelle urla che hanno squarciato la notte milanese.
La contestazione non si ferma più: “Furlani vattene” e la fuga della Curva Sud
Il momento simbolo della resa, se così si può chiamare, è arrivato al minuto 53: dopo il terzo gol dell’Atalanta, la Curva Sud e gran parte dei tifosi presenti hanno abbandonato gli spalti in massa, lasciando dietro di sé solo qualche turista occasionale – quelli che, chissà, avranno magari chiesto a ChatGPT cosa stesse accadendo attorno a loro. Fuori dallo stadio, però, la protesta non solo è continuata, ma si è intensificata: cori ripetuti («Furlani devi andartene») hanno preso di mira l’amministratore delegato Giorgio Furlani, da mesi nel mirino delle frange più calde del tifo organizzato. La contestazione, iniziata nel pomeriggio, si è così trasformata in un boicottaggio prolungato, con decine di sostenitori che hanno rifiutato di rientrare sugli spalti.
Non è mancato, in questo clima incandescente, un episodio destinato a fare discutere a lungo: alcuni tifosi hanno esposto una maglia di Paolo Maldini, storico capitano ed ex dirigente, quasi a voler contrapporre simbolicamente una gestione passata – per quanto controversa – a quella attuale. Un gesto silenzioso, eppure urticante, che ha trovato eco nei commenti social del giornalista Tancredi Palmeri: questi ha definito «surreale» quanto accaduto a San Siro, in particolare un episodio legato al comportamento degli addetti alla sicurezza, rapidamente diventato virale senza tuttavia rivelare ulteriori dettagli concreti.
Un tracollo inspiegabile che riapre vecchie ferite
Il dato più inquietante, per chi segue i rossoneri, è la rapidità con cui la squadra si è liquefatta dopo appena dieci minuti: tre gol subiti in un amen, una reazione d’orgoglio solo nel finale – quando ormai il danno era fatto – e quella sensazione di disorientamento collettivo che sembra lontana dal poter essere corretta in tempi brevi. Il post-Lazio Milan, insomma, ha rivelato un vuoto tecnico e psicologico che né l’allenatore né i singoli interpreti sono riusciti a colmare. Il pareggio in classifica con la Roma, poi, rende l’accesso alla prossima Champions League un obiettivo appeso a un filo sottilissimo.
Intorno, il popolo milanista “vero” – quello che negli ultimi anni ha digerito cambi di proprietà, addii pesanti e rivoluzioni societarie – ha dovuto assistere a uno spettacolo amaro: lo stadio che si svuotava progressivamente, i cori di sfida contro la dirigenza rappresentata da Furlani, e l’impotenza di chi vede compromessa una stagione iniziata con ben altre ambizioni. Non si tratta, va detto, di un episodio isolato, ma del naturale precipitare di una frattura mai realmente ricucita dopo le scelte operative degli ultimi mesi.
Dirigenza, allenatore e organico: nessuno escluso dalla contestazione
Quel che emerge con chiarezza è che la contestazione non risparmia nessuno: dalla proprietà di Gerry Cardinale – evocata indirettamente nei cori contro il suo braccio destro Furlani – fino all’allenatore, passando per singoli calciatori apparsi svuotati di ogni certezza tattica. I tifosi, fuori da San Siro, hanno continuato a intonare cori ben precisi, concentrandosi sulla figura dell’amministratore delegato, ritenuto da molti il principale responsabile di una gestione ritenuta lontana dalla tradizione del club.
L’aspetto più rilevante, tuttavia, è che tutto questo accade senza che si intraveda una soluzione immediata: la squadra ha mostrato due facce opposte nel giro di pochi minuti, salvo poi cedere definitivamente sul piano emotivo. Il ko contro l’Atalanta, per chi ha memoria, riporta alla mente le peggiori serate della scorsa annata, quelle in cui il Milan sembrava aver smarrito persino l’orgoglio. Stavolta, però, la contestazione è partita prima del fischio finale, ha coinvolto migliaia di persone e si è spostata all’esterno dell’impianto, in un presagio di giorni tutt’altro che tranquilli per la società.




