Vagnozzi, il miglio rosso: «Io poliziotto cattivo con Sinner. Ecco come lavoro con Cahill»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Simone Vagnozzi, il marchigiano che ha preso per mano Jannik Sinner in quel lontano 18 febbraio 2022, non ama girarci troppo intorno. Il suo ruolo, all’interno di un meccanismo diventato perfetto (e che da giugno dello stesso anno include l’australiano Darren Cahill), è quello di bilanciare l’esperienza e la visione tattica del collega con una dose calibrata di durezza. «Io faccio il poliziotto cattivo», ammette senza fronzoli nell’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, mentre il numero uno del mondo si prepara a calcare la terra rossa di Madrid. Una definizione, la sua, che non cela contrasti interni, ma piuttosto rivela una strategia precisa: in un duo tecnico dove Cahill porta la leggerezza dell’uomo che ha già vinto tutto, spetta a Vagnozzi il compito di tenere i piedi ben piantati nella ghiaia dell’allenamento quotidiano.

La partita come laboratorio e il paradosso dell’energia

Sulla superficie spagnola, dove l’altitudine della Caja Magica trasforma ogni rincorsa in un’impresa cardiovascolare, Vagnozzi ribalta una convinzione diffusa. «Non c’è miglior allenamento della partita», dichiarava già nei giorni scorsi, e il concetto – per quanto controintuitivo – trova in Sinner un interprete ideale. Il ragazzo di San Candido, quando vince e gioca bene, spreca meno energie di quanto non faccia in una seduta di riscaldamento fine a se stessa. Strano, ma vero: mai oltre i quarti, nel senso che l’efficienza sostituisce la fatica fine a se stessa. L’approccio al Mutua Madrid Open, dove l’esordio è fissato per venerdì 24 aprile, è la cartina al tornasole di questa filosofia. Martedì il set giocato contro l’argentino Francisco Cerundolo (avversario abituale nei test dello staff) non è stato un semplice allenamento, ma una simulazione di quelle che Vagnozzi considera l’unica vera palestra.

Il tabù del Foro Italico e il rispetto per chi si ritira

La Sinner-story sulla terra, si sa, è costellata di più ombre che luci se paragonata ai trionfi sul cemento. Madrid, in particolare, rappresenta un nodo psicologico piuttosto che tecnico. L’intervista ricorda un episodio del maggio 2021, quando l’azzurro archiviò la vittoria a tavolino contro Guido Pella. «Mi dispiace per lui, ha avuto tanta sfortuna anche nell’ultimo Slam, poi ha dato forfait la scorsa settimana a Monaco. Non è mai bello vincere così», disse Sinner. Un incidente di percorso che Vagnozzi ha letto come un segnale di maturità: la capacità di non esultare per un passo avanti ottenuto senza colpire l’ultima racchetta. Quanto ai possibili ottavi con Nadal (un’eventualità che aleggia sempre quando si parla di terra iberica), il coach marchigiano taglia corto: «Il tabellone lo guardo sempre, ma gli do poca importanza». Una dichiarazione che suona quasi come un autocomando mentale, visto che proprio a Madrid Sinner non è mai riuscito a spingersi oltre i quarti di finale.

Il metodo Cahill-Vagnozzi e l’assenza di gerarchie

Chi si aspetterebbe un conflitto tra il poliziotto cattivo e il maestro australiano, resta deluso. Vagnozzi descrive un rapporto osmotico, dove Cahill – che ha già plasmato campioni come Agassi e Halep – fornisce l’intuizione tattica di lungo periodo, mentre lui cura il dettaglio meccanico e la gestione delle micro-rotture. «Abbiamo avuto tanto tempo per allenarci a Indian Wells e siamo preparati», spiega, alludendo a quelle settimane di lavoro silenzioso che hanno preceduto la trasferta spagnola. Nessuna gerarchia, dunque, ma una divisione dei compiti che ricorda quelle coppie investigative dove il buono e il cattivo, alla fine, vogliono la stessa verità. La loro alchimia si vede nei particolari: nella scelta di Cerundolo come sparring partner, nel modo in cui gestiscono i tempi di recupero dopo la stanchezza dei cambi di superficie, e nella decisione – controcorrente – di non saltare Madrid per preservare le energie in vista del Roland Garros. Perché Vagnozzi lo ripete con la sicurezza di chi ha smesso di inseguire il consenso: «Quando un giocatore vince e gioca bene spreca meno energie». E Sinner, sotto questo aspetto, è un’eccezione che conferma la regola.

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