Detriti di un drone iraniano cadono su una torre del distretto finanziario di Dubai

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, giunta ormai alla sua terza settimana, ha varcato i confini dei tradizionali teatri di scontro per materializzarsi, letteralmente, nel cuore pulsante dell’economia degli Emirati Arabi Uniti. Un frammento di drone, lanciato dall’Iran e successivamente intercettato dai sistemi di difesa aerea degli Emirati, è precipitato su una delle torri del Dubai International Financial Centre, il DIFC, ovvero quel distretto che ospita i colossi della finanza globale e che sorge a poca distanza dal Burj Khalifa, simbolo indiscusso della modernità del Golfo. L’impatto, sebbene abbia causato solo danni marginali alla facciata di un edificio, ha sollevato un denso fumo nero nei cieli della città, un’immagine che difficilmente potrà essere archiviata come un mero incidente di percorso, considerando che il bilancio ufficiale, dall’inizio delle ostilità, parla di 141 feriti e di una tensione che non accenna a diminuire.

La risposta delle istituzioni finanziarie, prevedibilmente, non si è fatta attendere. Banche d’affari e società di consulenza, da Citigroup a Goldman Sachs, passando per Deloitte e PwC, hanno immediatamente attivato i protocolli di emergenza, ordinando ai propri dipendenti di abbandonare gli uffici e di lavorare da remoto, laddove possibile. La paura di un’escalation che possa colpire direttamente gli interessi economici occidentali, del resto, era stata alimentata nelle ore precedenti dalle stesse autorità di Teheran, le quali avevano minacciato di prendere di mira le banche della regione legate a Stati Uniti e Israele. In questo clima di crescente incertezza, la macchina della sicurezza emiratina ha stretto le maglie attorno alla circolazione delle informazioni: sono almeno 45 le persone fermate per aver diffuso immagini e video dei sistemi anti-aerei in azione, una misura volta a prevenire quella che il governo considera “disinformazione”, ma che rivela anche il nervosismo di uno Stato determinato a proiettare un’immagine di controllo e normalità.

Eppure, in mezzo a questo scenario di allarme e prudenza, c’è chi prova a raccontare un’altra verità, fatta di abitudini e di una resilienza quasi obbligata. È il caso di Roberto Sorvillo, architetto 38enne originario di Battipaglia ma trapiantato a Dubai da anni, dopo una lunga parentesi tra Milano e Lugano. Nei reel che pubblica sui social, la preoccupazione per quanto sta accadendo è palpabile, ma non si trasforma in resa. «Non scappo da Dubai, c’è crisi ma ho fiducia», spiega, cercando di distinguere tra i diversi ordini di pericolo. Per lui, come per tanti expat, la minaccia più concreta non sono tanto i droni che solcano il cielo, quanto le ripercussioni su un’economia che, dopo anni di crescita inarrestabile, inizia a mostrare segni di cedimento: «Sono preoccupato per il mio lavoro, non per la mia vita». Uno spaccato, il suo, che riflette il paradosso di una città in cui la vita quotidiana prova ad andare avanti tra la prudenza e l’adattamento forzato, mentre il turismo, motore fondamentale, si è quasi del tutto fermato.

Lo conferma Francesco Galdi, rate beverage manager del Buddha-Bar e residente a Dubai da oltre dodici anni, il quale ammette che la normalità, ormai, ha un sapore diverso. «Non è normale sentire i droni o vedere un edificio colpito di striscio da un frammento, ma c’è un clima generale di sicurezza», racconta, fotografando una resilienza che è anche una forma di rassegnazione. In questo contesto, anche gli imprenditori italiani cercano di portare avanti i propri progetti, seppur con le dovute cautele. Luca Piattelli, imprenditore lucchese con solide radici a Chiesina Uzzanese, dopo l’apertura di un atelier a New Delhi tre anni fa, ha recentemente inaugurato un nuovo salone a Mumbai, in India, e un altro a Dubai, precisamente nella Regent Tower, un grattacielo situato nella Business Bay, il centro nevvero e strategico per gli affari della città. Un segnale di fiducia, il suo, che convive con l’allerta generale e con la consapevolezza che il mito di Dubai, quello di un’oasi di sicurezza in una regione instabile, stia subendo uno scossone non da poco.

La sfida della sicurezza in un crocevia di interessi

La capacità degli Emirati di intercettare la stragrande maggioranza dei missili e dei droni lanciati dall’Iran è sotto gli occhi di tutti: stando ai dati diffusi, le difese di Abu Dhabi avrebbero abbattuto più di 1500 droni e quasi 300 missili nel corso del conflitto, numeri che testimoniano un’efficienza militare di prim’ordine. Tuttavia, come insegna la storia dei conflitti asimmetrici, anche un singolo frammento di drone, una volta superata la cortina difensiva, può causare danni simbolici enormi, minando quella percezione di inviolabilità che ha attratto capitali e talenti da tutto il mondo. Il fatto che i detriti siano caduti nei pressi del DIFC, il cuore finanziario, amplifica la portata dell’evento, trasformando un danno materiale limitato in una ferita all’immagine ben più profonda.

Le ripercussioni economiche e la vita degli expat

La guerra, dunque, non si combatte solo al fronte, ma anche nelle sale operative delle banche e nei corridoi dei grandi alberghi. Le richieste delle aziende di lavorare da casa, pur essendo una misura precauzionale ragionevole, rischiano di paralizzare settori chiave dell’economia dubaitina, fondata sulla prossimità fisica e sugli incontri di persona. La testimonianza di Sorvillo, che teme per il lavoro più che per l’incolumità, è emblematica di una preoccupazione diffusa: cosa succederà se la tensione dovesse protrarsi per mesi? La fiducia nella durata limitata del conflitto, quel «prima o poi la guerra finirà» che l’architetto campano ripone nelle sue speranze, è l’ultimo baluardo contro un pessimismo che, per ora, si preferisce tenere a bada. La comunità internazionale presente a Dubai osserva e aspetta, cercando di decifrare se quanto sta accadendo sia un incidente di percorso o l’inizio di una nuova e più instabile era per l’intera regione del Golfo.

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