La cometa Atlas, un messaggero da un'altra stella
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Da quando il suo bagliore è stato catturato per la prima volta dal telescopio Atlas, in Cile, lo scorso primo luglio, la cometa 3I/Atlas ha catalizzato l’attenzione dei più potenti occhi robotici che l’uomo abbia mai puntato verso il cielo, in una caccia all’immagine senza precedenti che ha mobilitato l’intero arsenale tecnologico della Nasa. Sonde dedicate allo studio del Sole e rover in attività sulla superficie polverosa di Marte, insieme a telescopi spaziali e osservatori terrestri, hanno coordinato i loro sforzi per inseguire questo rarissimo visitatore, il terzo oggetto confermato a provenire da un sistema stellare diverso dal nostro, il cui passaggio offre una fugace, ma preziosissima, opportunità di studio. Di questi, ben dodici strumenti distinti sono riusciti nell’impresa di catturarne l’immagine, contribuendo a un archivio dati che gli scienziati analizzeranno per anni.
Uno sforzo osservativo globale
La campagna di osservazione, che si estende virtualmente attraverso tutto il Sistema solare, rappresenta un caso esemplare di collaborazione scientifica, dove mezzi concepiti per missioni profondamente diverse – dall’analisi della corona solare all’esplorazione geologica di un pianeta alieno – hanno trovato un obiettivo comune nel tracciare la scia di questo messaggero interstellare. La cometa, che non rappresenta alcuna minaccia per il nostro pianeta, come è stato puntualmente specificato, sta dunque offrendo una lezione di metodo, dimostrando come la flessibilità operativa e la condivisione delle risorse possano moltiplicare le possibilità di successo nella ricerca astronomica. Molti di quelli che hanno scrutato il suo passaggio, del resto, non erano stati progettati per un compito del genere, eppure sono stati ugualmente in grado di fornire un contributo fondamentale.
La questione delle origini e la risposta della Nasa
Proprio la natura straordinaria dell’evento, tuttavia, aveva alimentato un dibattito piuttosto acceso sulla reale identità dell’oggetto, un dibattito reso pubblico e amplificato dalle teorie promosse dall’astrofisico di Harvard Avi Loeb, il quale aveva avanzato l’ipotesi, seppur minoritaria, di una possibile origine artificiale. In un clima di attesa crescente, la conferenza stampa tenuta dalla Nasa il 19 novembre, durante la quale sono state mostrate pubblicamente le immagini, era dunque attesissima, poiché si preannunciava come il momento della chiarificazione definitiva. L’agenzia spaziale americana, consapevole del polverone sollevato, ha affrontato la questione in modo diretto, facendo pronunciare all’amministratrice associata Amit Kshatriya una dichiarazione che non ammetteva ambiguità: “Questo oggetto è una cometa”, una frase lapidaria che ha chiuso, almeno ufficialmente, la controversia.
Il valore scientifico di un transito fugace
Al di là delle speculazioni, che pure hanno avuto il merito di accendere i riflettori su un evento di per sé eccezionale, il vero significato del passaggio di 3I/Atlas risiede nei dati che sta lasciando dietro di sé, dati che permetteranno di comprendere meglio la composizione dei materiali che si formano in altri sistemi planetari. Dopo la scoperta del sigillo roccioso ‘Oumuamua, avvenuta nel 2017, e quella della cometa Borisov, nel 2019, questo terzo visitatore conferma che il flusso di oggetti interstellari attraverso il nostro sistema è un fenomeno reale e, probabilmente, non così raro. La quantità di informazioni raccolte, superiore per ampiezza e varietà a quella dei due predecessori, costituisce ormai un corpus unico, che gli astronomi hanno già cominciato a setacciare per decifrare i segreti di un Corpo celeste formatosi attorno a una stella lontana, e che ora sta già salutando il nostro Sistema solare per fare ritorno negli spazi sconfinati della galassia.




