La guerra in Iran e il sospetto di Harris: "Conflitto come pretesto per rinviare le elezioni"
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Redazione Esteri
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L’operazione militare congiunta lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio, culminata con l’eliminazione di parte della leadership religiosa – tra cui la guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei – e di quella politico-militare del regime di Teheran, sta rivelando crepe e contraddizioni che vanno ben oltre il mero quadro bellico. A offrire una lettura lucida e in controtendenza rispetto alla narrazione ufficiale della Casa Bianca è Pamela Harris, vice rettrice della John Cabot University di Roma e docente di Diritto internazionale e American Government, che in un’intervista rilancia un’ipotesi tanto provocatoria quanto, nelle sue parole, fondata su precisi calcoli politici. L’escalation voluta da Donald Trump, in accordo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, non sarebbe solo una mossa di politica estera, ma potrebbe celare una strategia di sopravvivenza interna, in un momento in cui il consenso per l’inquilino della Casa Bianca mostra segni di flessione preoccupanti in vista delle elezioni di medio termine.
Secondo l’analisi della Harris, la natura stessa del conflitto, con la sua capacità di catalizzare l’attenzione nazionale e internazionale, rappresenterebbe un pretesto quasi perfetto per giustificare uno slittamento della tornata elettorale. La “volubilità e contraddittorietà” della politica trumpiana, citata dalla studiosa, emergerebbe con chiarezza nel passaggio da una retorica isolazionista – che aveva caratterizzato la prima fase del suo mandato – a un interventismo muscolare e senza precedenti in Medio Oriente. Un cambio di rotta così radicale, spiega Harris, difficilmente può essere spiegato solo con mutate esigenze di sicurezza nazionale, e acquista invece un significato diverso se letto attraverso la lente della politica domestica. La guerra, con la sua scia di emergenza e la necessità di concentrare i poteri nelle mani dell'esecutivo, diventa lo strumento ideale per sospendere il normale dialettica democratica e rinviare un verdetto popolare che si preannuncia incerto.
Le difficoltà sul campo e lo scollamento con la retorica della vittoria
Al di là delle speculazioni sul fronte politico, la realtà del conflitto sul terreno racconta una storia diversa rispetto ai proclami trionfalistici che giungono da Washington e Gerusalemme. Se da un lato Trump, forte del suo narcisismo politico, tenta di dipingere l’operazione come un successo ineluttabile, la macchina bellica americana mostra i primi significativi cedimenti. Il problema, come emerge da alcune analisi strategiche, non risiede tanto in una carenza di mezzi in senso assoluto, quanto nella sproporzione divenuta ormai incolmabile tra gli obiettivi dichiarati – la distruzione del programma nucleare e il cambio di regime – e la capacità effettiva di sostenere un conflitto prolungato. Sul piano puramente logistico ed economico, il divario è impressionante: gli intercettori e i sistemi d'arma avanzati utilizzati dagli Stati Uniti costano decine, talvolta centinaia di volte di più rispetto ai droni e ai missili a basso costo impiegati dall'Iran e dai suoi alleati nella regione.
Una dinamica, questa, che trasforma il conflitto in una guerra di logoramento dove il paese più forte tecnologicamente rischia di soccombere sotto il peso dei propri costi operativi. L’Iran, consapevole della propria inferiorità convenzionale, sembra giocare proprio su questo tasto, allungando i tempi dello scontro e colpendo obiettivi economici sensibili. Nelle ultime ore Teheran ha minacciato di attaccare “centri economici e banche” statunitensi e israeliani presenti nell'area del Golfo, un avvertimento che mira a destabilizzare non solo gli equilibri militari ma anche la fiducia degli investitori e la stabilità dei mercati energetici globali. Una mossa che, se attuata, allargherebbe ulteriormente il conflitto coinvolgendo gli alleati arabi sunniti, molti dei quali, come Bahrein e Emirati Arabi Uniti, si trovano ora a dover gestire le conseguenze di una guerra che non hanno dichiarato.
Il ruolo di Israele e l’intreccio con le dinamiche interne americane
In questo scacchiere complesso, la figura di Benjamin Netanyahu emerge come un attore tutt’altro che secondario, capace di influenzare le scelte del presidente americano. L’ipotesi, avanzata da più parti, che Trump sia stato in qualche misura “manipolato” o quantomeno spinto dal premier israeliano, il quale da anni attendeva il momento per un confronto risolutivo con l’Iran, trova riscontri nelle cronache. Il fatto che la decisione di procedere con l’attacco del 28 febbraio sia maturata in un contesto di difficoltà politiche per entrambi i leader – Netanyahu alle prese con una popolarità in calo e processi per corruzione, Trump con la prospettiva di elezioni di medio termine che potrebbero privarlo della maggioranza al Congresso – non è un dettaglio trascurabile. Per il primo ministro israeliano, come sottolineano alcuni osservatori, la guerra rappresenta una distrazione dalla catastrofe del 7 ottobre e un’opportunità per presentarsi agli elettori come il garante della sicurezza nazionale in un momento di pericolo esistenziale.
La dimensione economica e il nodo energetico
Sul fronte economico, le conseguenze dell’escalation si stanno facendo sentire con forza, sebbene non secondo gli schemi prevedibili. Se inizialmente si era ipotizzato un semplice sussulto dei prezzi dell'energia, seguito da una rapida normalizzazione, il protrarsi delle ostilità sta invece innescando dinamiche più complesse e potenzialmente durature. L’Iran, attraverso i suoi alleati Houthi in Yemen, ha già dimostrato la capacità di minacciare le rotte commerciali nel Mar Rosso, e la possibilità di una chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale, è uno scenario che fa tremare i mercati globali. La Cina, principale acquirente di greggio iraniano, segue con apprensione l’evolversi della situazione, e il fatto che l’invasione via terra di Israele in Libano, annunciata proprio in queste ore, rischi di aprire un secondo fronte, non fa che aumentare l’instabilità in una regione già al collasso. Mentre le diplomazie internazionali tentano di correre ai ripari, l’amministrazione Trump insiste nel voler dettare i tempi di un conflitto che, giorno dopo giorno, mostra tutta la sua complessità e la sua capacità di sfuggire al controllo dei suoi stessi artefatti.




