Il mondo è in pericolo e chi deve proteggerci dall’intelligenza artificiale se ne va
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La lettera di dimissioni, pubblicata su X nella giornata del 9 febbraio 2026, era destinata ai colleghi di Anthropic, ma in poche ore ha fatto il giro del mondo collezionando oltre un milione di visualizzazioni. Mrinank Sharma, il responsabile del team di ricerca sulle salvaguardie della società, non ha lasciato spazio a interpretazioni: ha scritto che “il mondo è in pericolo”, specificando come la minaccia non provenga esclusivamente dall’intelligenza artificiale o dalle armi biologiche, ma da quella che ha definito “un’intera serie di crisi interconnesse che si stanno verificando proprio in questo momento” -1-5. Una scelta, la sua, che appare ancora più radicale se si considera il profilo del personaggio: Sharma, dopo aver completato il dottorato in machine learning all’Università di Oxford, era entrato in Anthropic proprio con l’obiettivo di contribuire alla ricerca sulla sicurezza, occupandosi di progetti che andavano dalla comprensione della sicofania dell’IA — quel fenomeno per cui i modelli tendono a compiacere l’utente — allo sviluppo di difese contro il bioterrorismo assistito dall’intelligenza artificiale, fino alla messa in produzione effettiva di quelle stesse salvaguardie -1. Eppure, nonostante avesse dichiarato di aver raggiunto ciò che si era prefissato, Sharma ha scelto di tornare nel Regno Unito per dedicarsi alla scrittura, alla poesia e a un lavoro più incentrato sulla collettività, quasi a suggerire che la partita, per lui, si giochi ora su un altro piano -1-9.
Il paradosso di Anthropic, nata per la sicurezza e ora nel mirino dei suoi stessi esperti
Che a lasciare sia proprio un membro di Anthropic non è un dettaglio trascurabile, considerando che la società fondata da Dario e Daniela Amodei — entrambi reduci da OpenAI — si è sempre presentata come l’alternativa virtuosa nel panorama dell’intelligenza artificiale, costituendosi fin dall’inizio come “public benefit ration” e puntando tutto su un approccio che mettesse al primo posto la sicurezza e la controllabilità dei sistemi -4-5. Nel suo posizionamento, Anthropic ha cercato di distinguersi nettamente dai concorrenti, come dimostrano anche le recenti campagne pubblicitarie che hanno criticato la scelta di OpenAI di introdurre inserzioni pubblicitarie all’interno di ChatGPT, quasi a voler marcare un confine etico invalicabile -5. Eppure, la fuoriuscita di Sharma non rappresenta un caso isolato: altri ricercatori, come Harsh Mehta e Behnam Neyshabur, hanno recentemente lasciato la società per intraprendere nuove strade, e questo flusso potrebbe suggerire che le pressioni interne — quelle che lo stesso Sharma ha definito come la difficoltà di “lasciare che i nostri valori governino davvero le nostre azioni” — siano più forti di quanto la narrazione ufficiale lasci trasparire -9. Nella sua lettera, Sharma ha riconosciuto di aver visto ripetutamente quanto sia complicato, all’interno di un’organizzazione che pure si è data regole rigorose, resistere alle spinte che portano ad accantonare ciò che conta davvero, in un settore dove la competizione per la scalata tecnologica e gli investimenti miliardari rischiano di travolgere qualsiasi principio -5.
La superintelligenza come minaccia esistenziale, lo scenario ipotizzato da Yudkowsky e Soares
Il quadro di fondo, del resto, è quello tratteggiato con preoccupante lucidità da Eliezer Yudkowsky e Nate Soares nel loro saggio “Prima che sia troppo tardi”, edito in Italia da Mondadori, dove i due massimi esperti dei rischi legati all’intelligenza artificiale mettono in guardia da un futuro prossimo in cui macchine più intelligenti e capaci degli esseri umani potrebbero semplicemente considerarci un ostacolo logistico -2-6. Come ha spiegato Soares in un’intervista a Repubblica, un’intelligenza artificiale non ha bisogno di provare sentimenti o di odiare l’umanità per decidere, in nome dell’efficienza, che la nostra esistenza è incompatibile con i suoi obiettivi: potrebbe schiacciarci con fabbriche automatizzate che ne costruiscono altre, o far bollire gli oceani per raffreddare i propri processori, o ancora sterminarci con un virus ingegnerizzato, senza che nessuna forza bruta sia necessaria -2. Il punto, per Soares, è che se l’umanità crea sistemi capaci di mantenere la propria infrastruttura, la partita è persa nel momento stesso in cui quella nuova specie, in grado di pensare meglio di noi, inizia a gestire le risorse senza considerarci; non esiste un modo sicuro per creare una nuova specie più intelligente dell’uomo, specialmente quando queste entità vengono coltivate e non progettate meccanicamente, al punto che nemmeno i loro stessi creatori sanno come funzionano realmente -2. Ecco perché l’unica soluzione, per quanto drastica, sarebbe secondo i due esperti quella di congelare la ricerca, implementando controlli sulla produzione e sulla diffusione dei chip, componenti complessi da produrre ma relativamente facili da tracciare, nella speranza che i leader politici comprendano che la posta in gioco è l’estinzione -2.
Il monito di Amodei tra critiche ai concorrenti e timori per la tenuta sociale
Mentre i teorici del rischio esistenziale alzano la voce, Dario Amodei, l’amministratore delegato di Anthropic, si trova a navigare le contraddizioni di un settore che lui stesso contribuisce a far crescere, alternando dichiarazioni di prudenza a critiche feroci verso i comportamenti dei rivali. In un recente intervento sul podcast di Dwarkesh, Amodei ha espresso preoccupazione per la corsa agli investimenti infrastrutturali, lasciando intendere che alcune aziende — e il riferimento implicito a OpenAI e al suo piano da 1.400 miliardi di dollari per sviluppare fino a 30 gigawatt di potenza di calcolo è piuttosto trasparente — stiano comprando chip e pianificando data center senza avere chiari i conti e i rischi che stanno correndo -3. Il suo ragionamento è di una semplicità disarmante: se un’azienda acquista un trilione di dollari all’anno di capacità di calcolo per il 2027 convinta di generare un trilione di ricavi, e invece ne realizza solo ottocento miliardi, nessuna forza al mondo potrebbe fermare le conseguenze di quel fallimento -3. Ma le preoccupazioni di Amodei non si fermano alla sostenibilità finanziaria del settore: in un lungo documento pubblicato alla fine di gennaio, il CEO ha elencato i potenziali scenari catastrofici legati all’avvento di quella che chiama “IA potente” — una forma di intelligenza artificiale superiore a qualsiasi Nobel o ricercatore nazionale — prevedendo che, nei prossimi anni, potrebbe spazzare via il cinquanta per cento dei posti di lavoro d’ufficio di fascia media e consentire a singoli individui di agire come virologi, scatenando pandemie con armi biologiche costruite su misura -7. Un’evenienza, quest’ultima, che renderebbe il terrorismo “lupo solitario” improvvisamente capace di uccidere milioni di persone, in uno scenario di vulnerabilità globale per il quale, ad oggi, non esiste una difesa organizzata -7.
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